Un sindacalista che viene dall’Africa

«Alle prime assemblee c’era stupore, poi la gente ha cominciato a sciogliersi»

Marina Gersony

«I casi più difficili di cui mi sto occupando? I processi di ristrutturazione o delocalizzazione delle imprese e le questioni legate all’occupazione. Che i lavoratori siano bianchi neri o gialli a me non importa, basta che siano tutelati da furberie e soprusi». Mamadou Moustapha Wone ha le idee chiare. Dopo aver svolto diversi mestieri, oggi fa il sindacalista a tempo pieno. Lavora alla Camera del lavoro di Milano, dove è funzionario sindacale per i metalmeccanici. Vive in città dai primi anni ’90, ai Mondiali ha tifato per gli Azzurri e non vuole entrare nel merito della disputa Zidane-Materazzi «perché è una vicenda in cui tutti strumentalizzano tutto».
Pare che lei sia il primo sindacalista senegalese delegato Fiom-Cgil a Milano…
«Quando mi hanno conferito il mandato mi sono interrogato su come sarei stato accolto. Durante le prime assemblee quando mi vedevano arrivare avvertivo una certa sorpresa. Poi, man mano che parlavo, la gente cominciava a sciogliersi».
Del resto lei parla da perfetto sindacalista...
«Mi sono laureato in Lettere e Filosofia in Senegal dove sono nato. Per sette anni ho insegnato francese e inglese alle superiori. L’università mi ha poi dato la possibilità di frequentare uno stage in Francia. In seguito ho deciso di venire in Italia. Grazie al mio bagaglio culturale ero certo di trovare un lavoro come traduttore. Ero ingenuo!»
Invece com’è andata?
«L’inserimento è stato difficile. Per un africano vedere riconosciuto il proprio titolo di studio è un’impresa titanica. Così ho fatto il muratore. Un giorno il mio datore di lavoro osservò che non gli sembravo adatto a quelle mansioni. Mi disse che spingevo la carriola “con piglio filosofico”.
Non male. E poi?
«E poi mi ha dirottato in un’azienda di serramenti. La vita lì era meno dura e sono stato bene fino alla sanatoria del 1998. Ottenuto il permesso di soggiorno, una nota ditta d’illuminazione mi ha assunto come operaio. È allora che ho iniziato ad appassionarmi ai problemi dei lavoratori. Sentivo la necessità di usare la dialettica, il mio senso critico e di essere valorizzato per quello che sapevo fare e non per quello che rappresentavo».
La fanno più penare gli italiani o gli immigrati?
«Gli italiani pur confrontati con problematiche serie sono in genere più informati. Gli stranieri sono più ingenui. Capita che non conoscano le leggi e qualche furbacchione se ne approfitti. Però non c’è accanimento nei loro confronti. Il problema contingente è la precarietà. Per me diritti e doveri vanno pari passo: gli uni senza gli altri non mi stanno bene. L’Italia di fondo non è un Paese razzista, piuttosto non ha ancora elaborato delle politiche migratorie adeguate».
Italiani brava gente insomma.
«Il razzismo è un concetto astratto. Se ti chiami Naomi Campbell, Condoleezza Rice o Ronaldinho nessuno ti nega un’entrata nel salotto buono. Come dicevano i latini, pecunia non olet. Riguardo agli immigrati che delinquono è un discorso lungo. Ognuno di noi è ambasciatore del suo popolo. Chi delinque mina la credibilità di tutti gli altri».
Aspira alla cittadinanza italiana?
«Mi interessa per i miei figli. Per quanto mi riguarda, vorrei poter votare ed essere partecipe alle scelte come tutti i cittadini nel Paese dove vivo e pago le tasse».
Dove vede il suo futuro?
«Devo pagare il mutuo della casa che ho acquistato a Milano. Mancano molti anni…»