Sindacalisti da una casta all’altra: così hanno occupato il Parlamento

da Milano

Messi insieme sarebbero il terzo gruppo parlamentare alla Camera dopo Pdl e Pd: 53 ex sindacalisti occupano una poltrona a Montecitorio, altri 27 al Senato. Una silenziosa ma inesorabile transumanza dal sindacato alla politica che prima o poi tocca a tutti: dalla A di Affronti Paolo (deputato Udeur, ex Cisl) alla Z di Zipponi Maurizio (deputato di Rifondazione, ex Fiom). Ma siccome non erano abbastanza, i partiti hanno pensato bene di candidarne un po’ di nuovi. Sbocco naturale: il Pd. Perché anche i cigiellini duri e puri sanno bene che con Veltroni, piazzati bene in lista, un seggio da onorevole ci può scappare, mentre con Bertinotti, per quanto ex sindacalista pure lui, può andare buca. Perciò eccoli lì, pronti a traslocare dalle sedi sindacali a Montecitorio. In Veneto il Partito democratico ne schiera ben due: per la Camera corre Pier Paolo Baretta, segretario aggiunto della Cisl, per il Senato invece si scalda Paolo Nerozzi, ex membro della segreteria della Cgil. Giancarlo Sangalli, ex segretario della Confederazione degli Artigiani, è nelle liste democratiche del Senato in Emilia-Romagna mentre Achille Passoni, candidato al Senato in Toscana, è stato segretario confederale della Cgil.
Le possibilità di carriera sono ottime. Basta guardare a due di loro, Franco Marini (già Cisl) e Fausto Bertinotti (già Cgil), rispettivamente seconda e terza carica dello Stato, per capire che la militanza sindacale è la migliore palestra per diventare un giorno uomini di potere. Per esempio ministri. Prodi ne ha pescati diversi tra le fila del sindacato. Il ministro del Lavoro non poteva che essere un cigiellino come Cesare Damiano, che ha immediatamente nominato due altri sindacalisti come suoi sottosegretari, Rosa Rinaldi (Cgil) e Antonio Montagnino (Cisl). Sindacalista è pure il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero (Fiom-Cgil) come anche la sua vice Franca Dosaggio. Ha rimediato un posto da viceministro anche Sergio D’Antoni, candidato del Pd in Sicilia, ex segretario Cisl.
Ma non serve andare così in alto per trovare ex sindacalisti, perché la loro è «una ragnatela impressionante» che tocca il vertice come la periferia delle istituzioni pubbliche, come scrive Stefano Livadiotti in L’altra casta. Eccoli dunque a capo di enti locali, sindaci come Sergio Cofferati (ex numero uno Cgil) e presidenti di regioni come Ottaviano Del Turco. Ma siccome sono un esercito, i posti sono sempre pochi. La soluzione? Moltiplicare enti e commissioni. Il capolavoro è l’Inps: una piramide di poltrone e poltroncine che in confronto quella di Cheope è uno scherzo. I sindacalisti occupano in massa il Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, che da solo vale 23 incarichi (divisi tra Cgil, Cisl e Uil in base al rispettivo peso). Poi c’è il Consiglio dei sindaci (sette) e il direttore generale. Al piano sotto, altre orde di sindacalisti. Sono i componenti dei Comitati fondi e gestione: 192 membri. Finita qui? Ci mancherebbe. Più in basso nella piramide Inps troviamo i comitati regionali, che sistemano 542 sindacalisti. A sua volta ogni comitato regionale può nominare tre commissioni per trovare posto agli sfortunati sindacalisti ancora a spasso. Comunque ci sono sempre i 102 comitati provinciali (3mila e 264 poltrone) che a loro volta regolano quattro commissioni. Il totale è impressionante: un esercito di 6mila sindacalisti che amministra le pensioni degli italiani. E siccome il sistema piramidale ha dato tante soddisfazioni ai sindacalisti, è stato preso e copiato nell’infinita sequela di enti pubblici italiani, dove trovano lavoro i delegati confederali. Visto così suona quasi comico lo slogan della Cgil: «Il lavoro vera ricchezza del Paese».