Sindacati contro Marrazzo: «Minaccia lo stato sociale»

Le decisioni del governatore per sanare il debito non piacciono alla Uil Fp: «C’è bisogno di una sanità di prossimità»

La politica regionale messa in campo dal presidente-commissario Marrazzo per coprire il debito corrente non piace ai sindacati perché «mina lo stato sociale dei cittadini del Lazio». Procedendo di questo passo si andrebbe a eliminare quelle che sono le esigenze prioritarie di un territorio che sta invecchiando e che quindi ha sempre più bisogno di una sanità di prossimità per gli anziani.
A sostenerlo è la Uil funzione pubblica esprimendo la propria preoccupazione sulla trentina di provvedimenti stilati dal governatore negli ultimi quindici giorni, che inducono un serio rischio in tutto il comparto dell’offerta sanitaria sia ambulatoriale che ospedaliera. E il perché è presto detto. «Con i tagli ai posti letto e le chiusure dei tanti presidi ospedalieri non v’è parallelamente un piano organizzativo per reintegrare l’offerta sul territorio compresa l’assistenza domiciliare e l’offerta socio-assistenziale, infatti - taglia corto il segretario regionale Sandro Biserna - sembra quasi che il commissario Marrazzo abbia preso in carico anche la delega ai servizi sociali che dal piano di rientro vengono abbondantemente depauperati. I risvolti li vedremo anche in provincia. Così a Viterbo dopo la chiusura dell’ospedale di Ronciglione e quello di Terracina che lasceranno scoperta una grossa fetta di territorio». Qualche esempio su quello che sarà l’assistenza una volta chiusi gli ospedali la fornisce l’Asp dove, a oggi, per essere curati dopo un accesso al pronto soccorso come «codice giallo» (con un malessere non troppo grave, ma neppure innocuo) ci vogliono, quando va bene, più di tre ore. Così al Gemelli, San Filippo Neri e S.Giovanni, 4 al San Camillo, 5 al Sant’Eugenio, 7 all’Umberto I, quasi 10 ore al Pertini e Grassi, addirittura 11 al Sant’Andrea, 14 al Policlinico Casilino e quasi 18 ore al Policlinico Tor Vergata.
Ma se l’offerta sanitaria cala la spesa per accedervi cresce. E come. «È increscioso rendersi conto che chiudere tre nosocomi della capitale e non rinnovare le convenzioni alle cliniche private accreditate e agli ospedali classificati non è stato ancora sufficiente a ripianare l’extradisavanzo ma - precisa Biserna - si è racimolato solo 95milioni. Ne servono altri 50 che proverranno da un provvedimento iniquo come il ticket di almeno 10 euro su diagnostica, specialistica e intra-moenia. Mentre si sarebbe potuto agire diversamente».
«Serve una domiciliarità sanitaria e ambulatoriale capillare - aggiunge Saverio Costello (Uil pensionati) - visto che il Lazio vanta il 17 per cento di over 65 che tra 40anni triplicheranno. Questo sarebbe un vero risparmio».
Ci vuole poco a capire dove la Uil vuole andare a parare visto che l’analisi che porta avanti si basa anche sullo studio dell’ultimo documento di programmazione economica e finanziaria regionale dove emergerebbe che a fronte dei nuovi ticket e delle addizionali già versate per il Lazio aumenta la spesa per beni e servizi di 11 punti percentuali. «Vale a dire aumentano consulenze esterne, appalti e esternalizzazioni quando invece - conclude il sindacalista - dovrebbero essere le prime da tagliare. Un esempio per tutti è l’Asp: quando è nata doveva funzionare con 6 dirigenti e 30 funzionari oggi ci ha 70 dirigenti e 320 collaboratori».