"Sindacati e negozi abusivi, la Reggia era cosa loro"

Il manager bolognese ha rimesso in sesto la Varsailles di Caserta: «L'ho trovata in rovina e senza un soldo. L'affitto ai privati? Un bene»

Qualcuno, soprattutto nei sindacati e nel partito degli scansafatiche, criticandone lo stakanovismo, lo aveva ribattezzato ironicamente il «one man show» della Reggia di Caserta; molti altri, alla luce dei risultati ottenuti in un solo triennio, l'uomo della Provvidenza. Quel che è certo è che il manager bolognese Mauro Felicori, figlio della riforma Franceschini sui superdirettori dei Beni Culturali, ha dovuto suo malgrado lasciare le redini della Versailles d'Italia con un anno di anticipo rispetto al contratto. Colpa dei «raggiunti limiti di età» che, a 63 anni, ne determinano il pensionamento coatto, malgrado la vana richiesta al ministro di una direzione ad interim in attesa del sostituto.

La seconda cosa certa è che la sua rivoluzione ha portato in tre anni risultati straordinari, raddoppiando gli ingressi ma soprattutto recuperando una Reggia in stato di semiabbandono.

«Ammetto che si trattava di una sfida difficile, certamente la più ardua tra quelle che aspettavano i nuovi direttori dei 20 musei coinvolti dalla riforma sull'autonomia. Erano almeno vent'anni che la Reggia non riceveva le attenzioni dovute, con gli spazi adibiti alle funzioni più disparate e i giardini incolti popolati da ambulanti. Oggi è tornato ad essere un sito degno della sua storia, con un numero di visitatori passati da 430mila a quasi un milione annuo. Molto resta ancora da fare e i frutti di tanta semina si vedranno solo tra 5-10 anni».

Deve mollare anzitempo il suo incarico, ma il governo non poteva proprio fare un'eccezione?

«Mah, il ministro ha interpretato la legge nel modo più ovvio, tuttavia nel decreto milleproroghe se ne poteva anche inserire una in più... Di sicuro trovo che sia insensata una legge che obbliga un manager pubblico ad andare in pensione a 63 anni, quando cioè è all'apice della sua esperienza. E senza neppure una strategia di affiancamento».

Se fosse dipeso da lei avrebbe continuato a lavorare ancora per un altro mandato?

«Avrei almeno voluto terminare questo, come prevedeva il mio contratto quadriennale. E invece...».

Qualcuno avrà tirato un sospiro di sollievo. Quelli che la accusavano di lavorare e di far lavorare troppo. Pare che rimanesse in ufficio fino a sera inoltrata.

«Circolano tante leggende. La realtà è che invece ho goduto del sostegno di tanti cittadini che, giustamente, nutrivano grandi aspettative per la rinascita di un monumento che forse più di tutti al mondo identifica una città. C'era l'orgoglio ferito di un popolo che non accettava il degrado del palazzo, che aspettava una rivincita».

Dall'interno però le hanno fatto la guerra. E non solo i sindacati.

«Fecero un appello al ministero per farmi censurare, dicevano che fare gli straordinari metteva a rischio la sicurezza della Reggia. Il vero problema è che i direttori precedenti avevano abituato i sindacati ad una cogestione del palazzo, che divenne vera e propria autogestione ai tempi in cui la reggia venne unificata al polo museale di Napoli. Una follia. Ho dovuto rimboccarmi le maniche per stroncare l'indulgenza cronica verso mille piccole e grandi infrazioni delle regole».

La scorsa estate licenziò in tronco anche sei «furbetti del cartellino», custodi che timbravano il badge e poi andavano a casa o a fare shopping.

«La vicenda fu il frutto di un'inchiesta della Procura, e anche della legge Madia che consente al Mibact di licenziare gli assenteisti prima del giudizio. Trovo che in questi casi patologici non ci dovrebbe essere bisogno della Procura penale, un direttore che ci sta a fare?».

Altri casi di illegalità?

«Si verificò un furto notturno nella cassa del palazzo e uno si domanda: perché chi doveva controllare non vide? In realtà la mia battaglia per la legalità si è concentrata su un problema di malcostume diffuso che non riguardava il lavoro dei dipendenti».

Faccia qualche esempio

«Anzitutto i parcheggiatori abusivi, sgradevole benvenuto ai visitatori della Reggia, come pure i venditori abusivi fuori e dentro il palazzo, spesso al seguito della guida, nell'indifferenza degli insegnanti delle scolaresche. Per non parlare di tutta la gente che abitava negli edifici facenti parte del complesso reale: ex custodi, figli di ex dipendenti, mogli separate e quant'altro. Ho dovuto liberare la Villa da una popolazione di abusivi».

Tra questi c'erano anche parecchie istituzioni, o sbaglio?

«È una questione un po' diversa, ma altrettanto problematica e fortunatamente risolta. La Reggia di Caserta ha una vecchia tradizione militare (qui il 29 aprile 1945 fu firmata la resa dei tedeschi), e per decenni ha ospitato uffici dell'esercito, dei Nas, dei Ros, la polizia a cavallo, senza contare i dipartimenti universitari. Nel 2015, per fortuna, il governo ha liberato il palazzo da tutte le funzioni improprie, restituendole solo quelle culturali ed educative».

Quali sono le maggiori criticità che ha trovato quando ha messo piede alla Reggia?

«C'era una situazione grave. Il parco, di 130 ettari, non aveva manutenzione da almeno vent'anni; c'era sporcizia, le fontane erano secche, nei giorni di festa entravano i camion con gli hamburger e le salamelle. Negli appartamenti, poi, non si spolverava da anni, i lampadari andavano restaurati, le finestre erano in cattivo stato e sui pavimenti mancavano guide e tappeti a protezione delle ceramiche originali. I bagni erano pochi e maltenuti, il personale era senza divisa e mancavano le auto elettriche per la vigilanza».

I superdirettori dei musei godono di autonomia amministrativa. Come ha trovato le risorse?

«Quando sono arrivato, in cassa non c'era un euro. Ma la lacuna della legge Franceschini è il fatto di essere una mezza riforma: voglio dire che la vera difficoltà non è stata quella di trovare i soldi, ma di poter aver un vero controllo di gestione del personale. Qui non c'era neppure un buon ragioniere che mi aiutasse a gestire le risorse, e se avessi voluto assumere non avrei potuto».

Un problema che riguarda anche gli altri musei, il personale è inamovibile...

«Già, ma la Reggia di Caserta, per il territorio, ha un peso estremamente maggiore rispetto a quello che può avere la Pinacoteca di Brera per Milano. Dico che la riforma sull'autonomia andrebbe completata ed applicata non solo ai 32 musei coinvolti dalla riforma. Abbiamo quasi in tutte le province italiane realtà straordinarie da valorizzare».

Oltre ad aver raddoppiato i visitatori, ha stretto rapporti tra la Reggia e l'impresa privata, cosa che le ha attirato altre critiche. Destinò le Cavallerizze della Reggia al Consorzio di Tutela della mozzarella di bufala e affittò una parte della Villa per il ricevimento delle nozze dell'Ad di Frankie Morello.

«Premessa: stiamo parlando di un complesso mastodontico di 47 mila metri quadri che, a parte le aree museali, ha enormi spazi vuoti a rischio degrado. Prima che arrivassi io, le Cavallerizze della Reggia erano state restaurate con 5 milioni di euro; le ho trovate abbandonate e ci cresceva perfino l'erba. E allora, se ci sono spazi appetibili per le imprese che portano risorse, un manager ha il dovere di farli fruttare».

Ma è etico commercializzare musei, palazzi storici e aree archeologiche?

«Io ho affittato spazi non museali per eventi aziendali, come ad esempio per la Thun ceramiche. Qui è venuta Penelope Cruz per la sfilata dell'ultima collezione della Carpisa. E poi il cinema: sono stati girati due episodi di Star Wars, alcune scene del film Mission Impossible di Spielberg, sono arrivati Anthony Hopkins e Jonathan Pryce per il set «The Pope» di Netflix. Quanto al Consorzio per la Tutela della Mozzarella di bufala, stiamo parlando di un'eccellenza di un territorio dall'immagine martoriata, quello della terra dei fuochi. Lo sa che il Sole 24 ore ha classificato la provincia di Caserta ultima per qualità della vita?».

È mai stato contattato dalla camorra? Da queste parti ci sono i Casalesi.

«Mai. Evidentemente la cultura non gli interessa».

Durante il suo mandato c'era anche il piano di fare della Reggia un brand, «Reggia Collection». Ne è nato perfino il liquore Amarè, un amaro naturale ottenuto dall'infusione di erbe ed essenze selezionate nel «Real giardino inglese».

«La Reggia è un luogo unico al mondo, ma ne va rafforzata l'immagine all'estero, creando anche una rete con gli altri siti borbonici. Purtroppo, ad eccezione delle più famose località marittime, il Sud fa ancora numeri troppo bassi nel turismo. Un pezzo della Reggia diventerà un hotel di lusso con eliporto. Se entrasse in gioco una multinazionale potrebbe nascere un circuito luxury dove i turisti da Capri potrebbero raggiungere la Reggia in elicottero».

Il nuovo ministro dei Beni culturali ha parlato di abolire le domeniche gratis nei musei. È d'accordo?

«In parte sì. Diciamo che bisognerebbe dare autonomia di scelta ai direttori. La Reggia in alta stagione fa già il pieno di visitatori a pagamento. Il Primo maggio arrivarono 20 mila persone e francamente ho tremato. Io, in chiave di marketing, sostituirei la domenica gratis con il lunedì».

Che cosa pensa dell'Art Bonus, la defiscalizzazione introdotta da Franceschini per le sponsorizzazioni a sostegno della cultura e dello spettacolo?

«Mah, io ritengo che il sistema pubblico, prima di chiedere i soldi ai privati, deve dare prova di efficienza. E comunque farei dei distinguo tra spettacolo e beni culturali. Il teatro ha necessariamente bisogno di sostegno esterno, ma i beni culturali in Italia contribuiscono solo per il 3,5 per cento al Pil: un'inezia se pensiamo al valore del nostro patrimonio. Gli sponsor non possono sostituirsi allo Stato e penso che ai beni culturali bisogna insegnare a pescare anziché regalare il pesce».

In Italia esistono bravi manager nel settore pubblico?

«La riforma ha aperto al mercato del lavoro rompendo lo schema della corporazione dei dirigenti pubblici. Questo è stato un bene, perché se si fanno concorsi con commissioni autorevoli i bravi manager arrivano. E un bravo manager può tranquillamente dirigere una grande Pinacoteca senza essere un tecnico, uno storico dell'arte».

Chi si augura come suo successore alla Reggia di Caserta?

«Molto è stato già fatto, ma per il futuro penso potrebbe essere utile un ingegnere, molto esperto nel campo tecnologico delle infrastrutture. Oggi la Reggia ha bisogno di una buona gestione telematica».

E lei che farà, tornerà a Bologna?

«Beh, c'è la mia famiglia, ma professionalmente a Bologna ho già dato tutto come direttore del settore Cultura. La mia campagna per Bologna capitale della Cultura nel Duemila fu vincente. No, ho ancora tanta voglia di lavorare ma mi piacerebbe farlo al Sud che ha un immenso patrimonio da valorizzare tra cultura, paesaggio e cibo. Fare economia del turismo qui vale dieci volte tanto che nel resto del Paese».

Nel personale della Reggia quanti erano quelli dispiaciuti della sua partenza?

«Penso in tanti, perché alla fine un po' tutti si sono sentiti protagonisti di questa rinascita. Ricordo che una sera finii tardi di lavorare e venne a prendermi un custode. Mi chiese come andavano le cose e io risposi: alcune bene e altre meno. E lui disse: guardi dotto', che qui anche il peggiore di noi ha dato finalmente qualcosa in più. Ecco, vorrei che questa frase venisse scritta in un manuale di marketing».

Commenti

fifaus

Mer, 05/12/2018 - 18:43

Complimenti!