Sindacati in rivolta per la manovra-bis «Cominciamo male»

Bombassei, vicepresidente di Confindustria: l’età pensionabile deve essere innalzata

Antonio Signorini

da Roma

Nessuno la voleva, tutti la temevano. E, fino a ieri sera, erano pochi i sindacalisti che credevano che il governo volesse veramente fare una manovra correttiva. La dichiarazione del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha sorpreso le principali confederazioni che ora chiedono un incontro urgente con il governo.
Deluso anche il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, che comunque abbraccia la tesi della sinistra politica sulla cattiva eredità lasciata dal centrodestra: «Non convince la scelta del governo italiano, se questa sarà, di fare la manovra aggiuntiva per aggiustare la finanza pubblica, lasciata dal precedente governo in condizioni disastrose».
Il leader del sindacato di sinistra indica al governo quella che secondo lui è l’alternativa migliore alla manovra e cioè il rinvio al 2008 del rientro nei limiti europei del deficit. «Il sostegno agli investimenti, alla domanda interna, la riduzione del cuneo fiscale, una diversa politica delle entrate - avverte Epifani - sono capitoli decisivi per la ripresa e possono avere più forza attraverso una rinegoziazione dei tempi del rientro del deficit con Bruxelles. Occorre a questo punto avere rapidamente un confronto con il governo».
La richiesta di un incontro con il governo è unanime. «Noi aspettiamo di essere convocati al più presto», ha confermato il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. «al governo diremo con chiarezza che siamo molto perplessi su una eventuale manovra bis che avrebbe effetti negativi sulla ripresa. Oggi la priorità deve essere come favorire lo sviluppo e la crescita, dando una spinta forte ai salari per far ripartire i consumi. La Cisl è contraria a manovre che possono aggravare la condizione dei lavoratori e dei pensionati».
Devono invece essere confermati gli impegni su altri fronti, come quello per la previdenza complementare: «L’unica manovra che dovrebbe fare subito il governo Prodi è quella di far partire la previdenza integrativa per sanare una ingiustizia che riguarda 12 milioni di lavoratori oramai di tutte le età».
Drastico il segretario generale della Uil Luigi Angeletti, convinto che la precedenza vada data comunque alle politiche per lo sviluppo. «Cominciamo male», dice riferendosi al governo di Romano Prodi. «Il Paese non ha bisogno di manovre aggiuntive ma di politiche per la crescita. Ma non si era detto che non si sarebbe fatta una politica dei due tempi? Non si era detto che non si doveva pensare prima al risanamento e poi alla crescita?».
Il sospetto di alcuni è che dietro la drammatizzazione della situazione dei conti si nasconda una qualche tattica che potrebbe danneggiare anche poste sindacali. Non vorremmo, ha spiegato il segretario generale dell’Ugl Renata Polverini, che la manovra «fosse il preludio di provvedimenti penalizzanti di natura fiscale e previdenziale a ulteriore danno di lavoratori e pensionati». Non vorremmo, aggiunge la leader del sindacato vicino alla destra, «che si arrivasse ad un inaccettabile baratto tra l’innalzamento dell’età pensionabile e il risanamento dei conti pubblici».
Il tema delle pensioni ha tenuto banco anche al congresso della Uilm in corso ad Assisi. Il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei ha definito quella previdenziale «una bomba a orologeria che va disinnescata», intendendo dire che la strada da intraprendere è quella di un innalzamento dell’età. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha invece confermato che il governo non vuole rinunciare alla eliminazione dello «scalone», rendendo più graduale l’innalzamento dell’età pensionabile. Cosa che non convince Maurizio Sacconi, ex sottosegretario al Welfare: «Si vuole allentare l’efficacia della riforma». E così, si mettono a rischio i conti pubblici.
Sempre al congresso della Uilm, il segretario generale Antonino Regazzi ha ribadito la sua difesa della legge Biagi, a patto che sia completata con le tutele. Una difesa che riguarda anche le tipologie di contratto più contestate, come il job sharing, lo staff leasing e il job on call. Contratti che, ha lamentato Regazzi, sono stati «demonizzati». E che il governo cancellerà sicuramente.