Ma il sindacato non ci prenda in giro

Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, è stato molto chiaro. «In assenza di un confronto serio di tutta la partita del pubblico impiego - ha detto - lo sciopero a settembre sarà inevitabile». Lasciando così intendere che la situazione di disagio economico e sociale in cui versano i tre milioni e mezzo di addetti alle varie branche dello Stato (e dintorni) è ormai intollerabile.
Ammetto che il sindacalista Angeletti s’impegni nella difesa degli interessi di categorie che danno il maggior apporto d’iscritti alla sua organizzazione. Ammetto egualmente che vi siano nella galassia pubblica situazioni di particolare sofferenza. Ma ho la convinzione che ogni discorso sulle rivendicazioni degli statali - uso il termine nella sua accezione più generica - debba avere una premessa che mi sforzo di riassumere in pochi punti.
1) Le retribuzioni pubbliche hanno, nella quasi totalità, un valore aggiunto non quantificabile ma essenziale. Il valore sta nel fatto che il «pubblico non fallisce» e non chiude anche quando i suoi bilanci siano in rosso profondissimo e la sua gestione sia catastrofica. Il ministro Brunetta ha promesso di licenziare i fannulloni; difesi invece a spada tratta - a volte anche a parole, sempre comunque nella sostanza - dai loro paladini sindacali.
2) Negli ultimi anni l’esercito di questi lavoratori stragarantiti - non tutti assidui e in alcuni settori o aree numericamente in forte eccesso - ha accumulato un vantaggio di 15 punti, nelle buste paga, sui «privati». Vale a dire che tra il ’99 e il 2005 i redditi dei «pubblici» sono cresciuti del trenta per cento, quelli dei «privati» del quindici. Questo per la semplice ragione che i «privati» hanno una controparte - gli imprenditori - molto battagliera perché deve misurarsi con la sostenibilità dei costi. I politici che gestiscono il «pubblico» hanno purtroppo la tendenza a essere generosi con ministeriali e simili - che assieme alle famiglie rappresentano un bacino elettorale importantissimo - perché comunque non li pagano di tasca loro. È da deplorare che gli elettori non possano più, con le preferenze, decidere la sorte dei candidati. Ma quando le preferenze c’erano i primatisti che ne raccoglievano centomila e passa non erano apostoli della finanza virtuosa, erano per la spesa dissennata. Proprio per questo piacevano.
A mio avviso c’è qualcosa di molto stonato nell’inno di battaglia lanciato, a nome di chi è stato avvantaggiato nella ripartizione delle risorse nazionali, da Luigi Angeletti. E c’è qualcosa, sempre a mio avviso, di irritante in questa dichiarazione del dirigente sindacale: «Noi - ha concesso - siamo anche disposti a discutere di criteri diversi per l’erogazione dei premi, ma la quantità di risorse non può essere eliminata». Premi? si chiede l’uomo della strada. Ma perché? A compenso di quali straordinarie realizzazioni? Davvero quella balena arenata che è la pubblica amministrazione merita anche delle medaglie al merito? Angeletti sa quanto me, anzi meglio di me, quale sia la logica dei premi nel «pubblico». Si stabilisce di attribuirli ai dipendenti bravissimi, gli assi degli uffici. Ma poi risulta che tutti sono di una bravura senza pari, a tutti il premio; che anzi dev’essere pagato in anticipo, come parte integrante della busta paga. Angeletti e gli altri sindacalisti - della sua e d’altre organizzazioni - che tutelano il pubblico impiego, hanno il diritto e direi il dovere di lottare per assicurare migliori condizioni agli iscritti. Solo li preghiamo: non ci prendano in giro.
Mario Cervi