Il sindaco anti-discariche che ospita una discarica

da Napoli

Salvatore Perrotta è stato eletto sindaco di Marano due anni fa. Lui, ex diessino, oggi Pd, è succeduto a un altro compagno ma del Prc, Mauro Bertini. Il rifondarolo ha lasciato un solo ricordo dietro di sé, quando, da sincero ultrà, cancellò con un colpo di spugna la targa stradale dedicata ai «Martiri di Nassirya» per metterne un’altra, intitolata alla memoria del leader palestinese Yasser Arafat. L’indignazione popolare impedì poi a Bertini di realizzare il suo progetto, almeno in parte: oggi esistono entrambe le strade.
Perrotta ha deciso di andare oltre, per non far rimpiangere il suo predecessore: diventare il Masaniello di 250mila napoletani, che non vogliono l’apertura di una discarica nelle cave di tufo di Chiaiano. È lui, infatti, il capopopolo dei maranesi e dei chiaianesi, ma anche degli abitanti del confinante comune di Mugnano. Perrotta partecipa ai cortei, con la fascia tricolore di sindaco sulle spalle e il gonfalone della città, poco distante. Salvatore è sempre attorniato da un codazzo, in particolare quattro persone che lo seguono ovunque: negli incontri ufficiali come nei collegamenti televisivi. Con loro, il sindaco marcia disinvolto tra le donne e i bambini, gli sconfessati dal Pd della sinistra radicale e l’ex leader dell’area dell’autonomia Oreste Scalzone, tra quelli che rovesciano i cassonetti della spazzatura e quelli che urlano alla polizia e ai carabinieri «assassini, assassini».
Lotta e combatte la sua battaglia contro la discarica, nella stessa piazza dove, nella giornata di sabato, qualcuno ha lanciato bombe carta, molotov e sassi contro le forze dell’ordine, mandandone all’ospedale una decina. È lui, uno di quei pubblici amministratori che il questore Antonino Pugliesi nei giorni scorsi ha invitato a non «provocare e ad istigare» la piazza.
Il sindaco–Che Guevara è un previdente. Già agli inizi di maggio, quando si seppe che Prodi, prima di lasciare il posto di presidente del Consiglio a Berlusconi, aveva lasciato in dono ai napoletani le cave di tufo da trasformare in discarica, compì un sopralluogo davanti al poligono di tiro, praticamente la porta d’ingresso delle cave. Studiò attentamente il luogo, tra una telefonata e l’altra che arrivava sul suo telefonino. Poi, con la sua Alfa 156 e scortato dai fedelissimi, Angelo l’autista e Claudio, il capo staff, se ne andò via con il volto visibilmente preoccupato.
Ma anche Perrotta, come il predecessore Bertini, domenica sera ha dovuto fare marcia indietro. Disinvoltamente è passato dalle vesti del Masaniello a quelle di mediatore. «Contrordine compagni: bisogna lasciare i presidi davanti alla cava e lasciare largo Rosa dei venti», ribattezzata «Piazza Titanic» da chiaianesi e maranesi. E così è stato. Lungo via Santa Maria a Cubito, lo scalcinato stradone che collega Chiaiano con Marano è divenuto un parcheggio: su entrambi i lati della strada, infatti, sono ferme le camionette della polizia, dei carabinieri e dei finanzieri.
Però è proprio strano questo Perrotta, un campione di coerenza. Non vuole la discarica a Chiaiano ma ne ha già creata una a circa 500 metri, un’altra cava, molto più vicina al popolo maranese, che lui dice di amare tanto. Nata negli anni scorsi come sito di stoccaggio provvisorio, questa cava, quando a gennaio di quest’anno è esplosa la prima emergenza dell’emergenza, si è trasformata in una discarica, nella quale si sono accumulate decine di migliaia di tonnellate di munnezza. Qualcuno degli abitanti ne parla come la discarica della Camorra e aggiunge che a quella loro, i cittadini, non hanno fatto la guerra perché ci deve pensare lo Stato. Che c’ha pensato: allo scempio hanno messo fine i carabinieri del Noe, che hanno sequestrato la pattumiera. Verso la fine dello scorso mese di aprile. Ma le decine di tonnellate di spazzatura, il percolato e il fetore sono ancora lì.
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