Il sindaco arrestato per sbaglio e risarcito con due soldi

nostro inviato a Saronno

Si rigira fra le mani la fotocopia dell’assegno della Banca d’Italia. Diecimilanovecentonovantotto euro e diciannove centesimi. «Non è molto - spiega lui - ma è il segno che lo Stato ha finalmente riconosciuto l’errore. E mi ha risarcito».
Roberto Salmoiraghi, storico sindaco forzista di Campione d’Italia, è seduto al tavolo di un bar a due passi dall’autostrada. «Devo tornare a Lugano, sa, ho ripreso la mia attività di chirurgo. Mi aspettano in clinica. Piano piano sto rimettendo insieme pezzi della mia vita, ma è difficile, molto difficile».
Colpa dell’inchiesta del Pm di Potenza Henry John Woodcock su Vittorio Emanuele di Savoia. «Era la sera del 16 giugno 2006. C’era una galà di beneficenza al Casinò di Campione. Io ero in auto con mio figlio Francesco e mia moglie. Ricordo che indossavo già lo smoking: ho dato appuntamento ad un amico al casello di Como, solo che ero intercettato e così ad aspettarmi ho trovato la polizia. “Lei è Roberto Salmoiraghi?” Sì, immediatamente sono scattate le manette, mi hanno infilato in una macchina, ancora con lo smoking, e sono partito per il carcere di Potenza. Lì per lì pensavo di essere su Scherzi a parte, invece era tutto vero».
Salmoiraghi è accusato, nientemeno, di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e corruzione. Negli stessi minuti sul lungolago di Varenna viene arrestato Vittorio Emanuele di Savoia, pure “addobbato” per l’imminente galà. «Avevo incontrato il principe due o tre volte, mi aveva anche insignito dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nulla di più».
Invece, l’inchiesta disegna un sistema di malaffare di cui Salmoiraghi sarebbe un tassello importante. Il chirurgo non è uno sconosciuto: è il sindaco di Campione, lembo di terra italiana incastrato dentro la Svizzera e anche calamita di affari e business grazie alle roulette del Casinò.
«Sono rimasto a Potenza, in un carcere spaventoso, per quindici giorni. Ero in cella con un rapinatore, un assassino e un drogato che aveva crisi continue. Non avevo lo spazio fisico per muovermi, non potevo fare niente tutto il giorno, sentivo solo rimbombare in tv il nome di Vittorio Emanuele e poi il mio. Avevano intercettato numerose telefonate e sulla base di mezze parole, frasi e mozziconi di discorsi avevano messo insieme un quadro fantascientifico».
Per la magistratura di Potenza, Salmoiraghi è una sorta di satrapo che incassa mazzette e smista donne compiacenti per la facoltosa clientela del Casinò. Il problema è che le accuse non stanno in piedi: «I capi d’imputazione - taglia corto il suo avvocato Massimo Dinoia, uno dei più noti penalisti italiani - non avevano né capo né coda».
Ma Salmoiraghi ha la sfortuna di finire nello strascico dell’inchiesta regale: il lungo mantello dei reati attribuiti al principe copre anche lui. «Certo, ogni tanto al telefono Vittorio Emanuele faceva battute sulle donne: “quando arrivo fammi trovare due ragazze”, ma per me erano allusioni scherzose. Ho scoperto invece più tardi che un suo collaboratore che lui mi aveva pregato di ricevere, credo un rappresentante di prodotti per parrucchieri, millantava inesistenti intrecci con il sottoscritto. Altro, francamente, non c’era». Woodcock lo interroga per quattro ore, lui cade dalle nuvole: «Non so niente».
Dopo quindici giorni, Salmoiraghi va ai domiciliari. In teoria a Campione, ma c’è il problema del confine da attraversare: «Prima di mettermi in macchina, ho spiegato agli investigatori che alla frontiera svizzera mi avrebbero arrestato. Allora mi hanno dirottato a Legnano, dove pure ho un’abitazione. Che strazio: mia moglie apriva il cancello e mia mamma, ottantaduenne, passava davanti, perché le era proibito l’ingresso, m’intravedeva e piangeva». Intanto, il medico viene sospeso dalla professione e si dimette da sindaco: Campione torna al voto e si consegna al centrosinistra.
Poi, Potenza scopre che la competenza, per quel filone d’indagine, è di Como e manda le carte in riva al lago. Le accuse evaporano velocemente. I Pm di Como studiano i faldoni e si convincono che Salmoiraghi non c’entra niente. Né con le mazzette e neppure con le prostitute. «Non mi hanno neanche interrogato; solo sulla base delle carte trasmesse da Potenza la magistratura di Como ha stabilito la mia innocenza». Tecnicamente, è un proscioglimento senza neppure arrivare al filtro dell’udienza preliminare.
«Ora - è la conclusione - mi hanno risarcito, sono contento perché lo Stato in qualche modo mi chiede scusa. Ho ripreso l’attività di chirurgo, con la politica, invece, basta. Ho chiuso. E quando vedo in strada una sirena lampeggiante vengo preso da attacchi di panico».