Il sindaco dà forfeit, però prende lo stipendio

PESCARA Dimissioni sì, dimissioni no: ma D’Alfonso non rinuncia ai 4mila euro dell’indennità

RomaLo strano caso di Luciano D’Alfonso che è contemporaneamente sindaco ed ex sindaco del Comune di Pescara sta sbalordendo anche gli alleati e amici del Pd, oltre che la sua opposizione. Arrestato (ai domiciliari) e poi dimesso, scarcerato proprio perché aveva fatto un passo indietro, di nuovo sindaco da due giorni con il ritiro delle dimissioni, ma a casa perché «malato» fino a data da destinarsi, quindi sostituito dal vice Camillo D’Angelo, il sindaco-non sindaco è stato lasciato ieri da un pezzo di giunta: i due assessori dell’Italia dei Valori gli hanno detto addio. Le ragioni non sono poi tanto diverse dalle critiche degli avversari.
«Evita il commissariamento», lo accusano nel centrodestra: tenendo in sella il suo numero due e tutta la giunta, D’Alfonso impedirebbe l’arrivo in Comune di un rappresentante del governo. Ma persino un componente del suo partito, Pierluigi Mantini, segretario per il Pd della commissione giustizia della Camera, ha espresso ieri tutte le sue perplessità: «L’impressione è che D’Alfonso si rifugi, come uno scolaro impreparato dinanzi all’interrogazione, nella giustificazione medica».
Intanto fioriscono le domande maliziose. Ecco l’ultima, che si sussurra a Pescara: ma nei mesi della sua malattia, dal suo angulus, il sindaco non sindaco percepirà la sua indennità? La risposta è sì, a meno che il vicesindaco non convochi la giunta per decidere il congelamento dello stipendio di D’Alfonso, che non dovrebbe essere inferiore ai 4mila euro netti mensili. In assenza di una delibera di questo tipo, ed essendo il sindaco formalmente in malattia, ha diritto comunque allo stipendio anche se non guiderà la giunta.
«La Giunta di Pescara continua ad amministrare la città, a gestire appalti e concorsi, lasciando al sindaco intatto il suo stipendio», ha polemizzato ieri Giampiero Catone, del comitato costituente del Pdl, mentre è sorpreso della decisione di D’Alfonso di «marcare visita» Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera: «Il ritiro delle dimissioni» sarebbe stata una scelta meno contestabile perché poteva essere «l’orgogliosa testimonianza di una persona innocente». Ma il certificato di malattia appare invece «un gesto di furbizia politica».
Gli amici fidati giurano che D’Alfonso non sta bene: «È giù di brutto e paradossalmente è tutta colpa dell’affetto della sua gente», spiega Enzo Del Vecchio, consigliere Pd e amico-portavoce del sindaco ex sindaco. L’Italia dei Valori non ci crede e parla di «un epilogo farsesco». Una «scelta che pare dare forza al centrodestra, che lo accusa di interpretare e applicare con disinvoltura le leggi dello Stato», il commento del deputato Idv Carlo Costantini.
Ma è nel Pd che lo strano caso di D’Alfonso sta aprendo discussioni serrate. Mantini del Pd critica anche il suo ministro ombra della Giustizia: «Come può Tenaglia definire la scelta di D’Alfonso di “grande senso istituzionale”, se è causata da una malattia?». D’Alfonso, dice Mantini, deve avere più coraggio perché «sono queste condotte grigie, poco trasparenti e responsabili, che stanno rovinando il Pd e l’Abruzzo».