LA SINDACO DEI GENOVESI

Brava sindaco. Benvenuta. I diritti dei rom, certo. La difesa contro il razzismo, giusto. La tolleranza verso tutti, sacrosanto. Tutti concetti nobili, rilanciati per annunciare che Genova diventerà nei prossimi giorni la «città dei diritti». Poi, nei fatti, il Comune si comporta diversamente. E se qualcuno con l’aria da accattone, magari un simil-zingaro, si siede sui gradini del palazzo municipale, arrivano subito i vigili e lo invitano ad andare via, almeno un po’ più in là. Lì, a «casa» del sindaco, non ci può stare. Questione di «decoro». Senza sapere se il simil-zingaro è un soggetto pericoloso o semplicemente un mendicante, se è un ladro con mille alias o un cittadino modello. «Sembra» anche solo uno zingaro che sta per chiedere l’elemosina e di lì se ne deve andare.
Brava sindaco. Ma brava sul serio, non in senso ironico. I genovesi certamente avrebbero fatto la stessa cosa, anzi magari qualcuno sarebbe stato anche più sgarbato del vigile intervenuto con decisione ma senza superare mai i limiti. A dire il vero, provano a farlo ogni giorno. Quando si lamentano che certe scene sotto casa loro non amano vederle, fanno la stessa cosa. Quando organizzano un presidio o vanno alle ronde della Lega, mettono la divisa di quel vigile. Quando non ne possono più di fare lo slalom per andare a Messa tra cani, piattini per gli spiccioli e resti di cibo se non escrementi, non si sentono dei colonnelli delle Ss.
Signora sindaco, lei, i vigili intervenuti avete fatto bene, anzi benissimo a cacciare il nostro cronista. Filippo Larganà è un cittadino italiano, incensurato, un bravissimo ragazzo oltre che ottimo collega. Ma io, tutti i genovesi l’avremmo cacciato dal portone di casa nostra. Lei lo ha fatto dal portone di casa di tutti i genovesi. Brava, grazie.
L’unica cosa. Ai suoi valenti vigili suggerisca di non invitare l’essere umano con tutti i diritti a «spostarsi un po’ più in là perché qui non è decoroso». Un po’ più in là è casa di un altro genovese. Che non merita di essere definito razzista perché a parole, solo a parole, si comporta diversamente dal sindaco della «città dei diritti».