Il sindaco ds «messo al muro» dai suoi

Zanonato sotto scacco degli alleati. E Galan gli offre aiuto: «Cacci i mandanti dei violenti»

Stefano Giani

da Milano

È finito al muro. Attenzione però, non si fraintenda. Nessuno vuole male al sindaco di Padova, o almeno nessuno più gli vuole bene, politicamente parlando. È solo, insomma, spalle al muro. Contro di lui il resto del mondo, alla padovana, s’intende. E il pomo della discordia è quel muro, appunto, che delimita il quartiere di via Anelli, crocevia dello spaccio di droga e della prostituzione che lui, Flavio Zanonato, primo cittadino patavino dal 2004, ha pensato di arginare proprio con quella barriera. Nella certezza che gli altri tre lati della zona sono presidiati da una strada di grande scorrimento e, i due rimanenti, dalle forze di polizia pronte a lasciar passare i buoni (i cittadini perbene che vi abitano) e fermare i cattivi (neri sospetti, pusher, malviventi e drogati vari).
Ma se lui, sindaco ds con trascorsi veterocomunisti di provata fede, al secondo mandato dopo la reggenza tangentopolitana e una giunta biancorossa negli anni Novanta, sapeva di non potersi attendere aiuto dal centrodestra mai avrebbe scommesso che a rivoltarglisi contro sarebbero stati i suoi stessi compagni (in tutti i sensi) di viaggio. No global, centri sociali, verdi, rifondatori, ds. Tutti contro di lui, tutti a tenerlo sotto scacco dopo avergli regalato quel pugno di voti che servivano a Zanonato per riprendersi la poltrona che per una legislatura gli era stata soffiata dall’alfiere del centrodestra, nomen omen: Giustina Destro.
Ora, gli scontri di piazza di domenica pomeriggio, le picconate (tentate) di no global e centri sociali al «suo» muro, i rimasugli di un candelotto lacrimogeno sparato dalla polizia contro «quei bravi ragazzi» in missione in via Anelli e consegnatogli dalla consigliera verde Aurora D’Agostino, avvocato dell’autonomia, suonano come una beffa. Un tradimento del suo decisionismo, dal quale ora si staccano tutti i pezzi di una cordata politica, fragile come un filo di ragnatela. Zanonato guarda in cagnesco anche i Ds, cioè il suo partito, stanchi di doversi inchinare senza discutere ai voleri di quel signorotto del voto, che pur di restituire alla Destro il suo colpo mancino, non ha esitato a coagulare intorno a sé i consensi di preti, suore, frati e laici che più laici non si può. Tutti sotto lo stesso tetto, il suo. Ce l’ha fatta, ma quell’equilibrio che già era gracile, ora si è spezzato. Zanonato guarda torvo chi l’ha pugnalato e nemmeno troppo alle spalle.
L’ultimo atto è quella manifestazione organizzata da Ds, Rifondazione e Cgil per sabato, contro il «suo» muro, dietro il pretesto di attaccare la legge Bossi-Fini. Un appuntamento a cui si erano aggiunti i centri sociali, con un corteo tutto loro; stesso percorso dei «compagni» di viaggio. Guardacaso. E ora tutto annullato per «merito» dello sciopero dei giornalisti. Silenzio stampa forzato, quindi inutile sfilare, il teorema sinistro. Solo gli antiproibizionisti hanno confermato che saranno ugualmente in piazza.
Frattura profonda, dunque, nella quale si è infilata senza farsi troppo pregare la Casa delle libertà. «Caro sindaco - ha detto il presidente della Regione, Giancarlo Galan - ci sono a Padova violenti e criminali, isoliamoli assieme. Intanto tu dovresti cacciare protettori e mandanti dei violenti che speculano su via Anelli e che, a partire da via Anelli, diffondono violenza in tutta Padova». E a Palazzo Madama i senatori veneti hanno annunciato un’interpellanza al ministro dell’Interno per sapere quali misure intende prendere.