«Sindaco a Milano? Non amo giocare a Risiko»

da Roma

«Non mi interessa giocare al Risiko per la conquista di Palazzo Marino, non sono in competizione con nessuno», cerca di tagliar corto Bruno Tabacci nel brusio del Transatlantico. Ma come onorevole, se proprio stamani a Milano lei ha detto che non si sente «di escludere questa ipotesi», avendo «già governato questa città e questa regione»? Ora, poi, sarebbe addirittura Carlo De Benedetti a candidarla quale successore del sindaco Albertini.
In verità è un gossip, lanciato da Dagospia, e Tabacci prova a respingerlo appunto nel cestino dei pettegolezzi, ma senza riuscirvi del tutto. Non è un suo vanto l’«attitudine ad amministrare», essendosene occupato «fin da quando avevo i calzoni corti»? Già, ha iniziato a fare il consigliere comunale nel suo Mantovano a 24 anni, nel 1970, ai tempi del glorioso scudo crociato. Poi ha governato la Lombardia dall’87 all’89. Nel ’92 s’è prestato a Montecitorio, subito ingiustamente travolto dalla tempesta giudiziaria, per tornare alla politica nazionale con l’Udc in questa legislatura. È presidente della commissione Attività produttive, e nella Cdl rappresenta la punta di lancia della contestazione alla leadership di Berlusconi. Ma visti i risultati sinora raccolti a Roma, che non sia tentato da una prova milanese? Pur se a patrocinarla fosse un editore di sinistra.
Come sono i rapporti di Tabacci con De Benedetti? «Buoni, almeno quanto lo sono con Berlusconi. Solo che loro due fanno affari insieme, mentre io sono qui», è la risposta. È vero o no che questa estate veleggiava con De Benedetti? «Sì, una volta. Se è per questo, sono stato anche e di più sulla barca di Francesco Micheli, la Shenandoah, la barca più bella del mondo. Ma che è, non posso andare in barca con i miei amici?», risponde ancora. Sorride ovviamente, perché anche le domande son giocose, del resto l’assunto è che «la notizia non c’è», chi l’ha propagata «di politica non sa nulla». Ma volete che l’idea non solletichi il miglior figlio di Quistello, che s’è fatto le ossa nella Bassa ed è cresciuto alla scuola di Giovanni Marcora? Era un amministratore e politico navigato Tabacci, quando Casini faceva l’assistente di Forlani e Formigoni il chierichetto. Dunque...
Dunque non si candida e non si lascia candidare Tabacci. Per ora. Però sfodera il manifesto: «Milano ha bisogno di una guida politica importante più che di una espressione dei poli così come sono attualmente rappresentati. Serve una sorta di rielaborazione in chiave meneghina». È contrario alle «candidature calate dall’alto», indica anche per Milano le primarie come «strada maestra», proprio perché il sindaco «si elegge direttamente», e «la grande tradizione milanese è quella di sindaci politici». Infine vorrebbe tacere, rimarca che «nessuna delle candidature avanzate sinora rappresenta una soluzione politica ai problemi di Milano» e invita a leggere (oggi ovviamente) l’intervista che ha appena dato a un qualche giornale milanese. Ma non si tiene, e seppur ridendo sbotta: «Certo, se poi Berlusconi e De Benedetti, come hanno aiutato l’Italia con quella loro società, trovano un accordo per aiutare anche Milano...».