Il sindaco predica diritti per i rom ma da Palazzo Tursi li fa cacciare

«Qui non può proprio stare è una questione di decoro Si sposti da quella parte, lì può fare quello che vuole»

(...) Una provocazione ispirata al buonismo che sta praticando la giunta comunale guidata dal sindaco Marta Vincenti. Un atteggiamento tanto politicamente corretto da creare qualche sospetto. E infatti quando mi siedo sui gradini davanti al portone di Tursi, senza creare fastidio o clamore, scatta la difesa dell'«orticello comunale» dove le erbacce, diseredati, rom o accattoni, devono essere tenuti a distanza per non rovinare l'immagine della città. Nell'androne ci sono due carabinieri, fuori sono parcheggiate due auto della polizia municipale. Io resto seduto, sotto il sole cocente delle 13, tranquillo con il mio sacchetto di plastica in una mano e nell'altra il cartello che metto in bella vista, a favore dei passanti che lanciano occhiate incuriosite, ma anche dell'obiettivo del collega che mi sta fotografando poco distante. Dopo una manciata di minuti arriva un graduato della polizia municipale con tanto di casco coloniale d'ordinanza. L'approccio sembra quasi incidentale, ma non lo è. Come se stesse parlando con un altro mi intima di spostarmi. Evidentemente mi ha scambiato per un rom o un sinti, gli zingari di origine italiana. Chiedo perché e, pacatamente, faccio notare che non sto dando fastidio a nessuno. A quel punto il vigile mi punta addosso gli occhi e cambia registro: «Qui non si può stare. E basta. Si sposti un po' più in là, dove può fare quello che vuole. Qui no». Non mollo, insisto e non mi sposto di un millimetro. Ripeto con tono tranquillo che non sto facendo niente di male e che la mia presenza sugli scalini del palazzo di città dovrebbe essere benvenuta proprio in quella che dovrebbe essere, ed è, la casa di tutti, anche di quelli che non urlano, non rubano nelle case degli altri, non spacciano droga, non si ubriacano, non scippano e non bivaccano. Delle persone normali, insomma. Il «cantunè», però, non demorde e, dopo qualche insistenza da parte mia, mi spiega, finalmente, il perché devo spostarmi dal «sacro» scalone di Tursi: «È una questione di decoro» chiarisce e indica ancora una volta l’angolo più distante dal palazzo comunale. Quindi cerca persino un po’ di solidarietà: «Si sposti perché sennò poi mi fanno storie a me» lamenta motivando il suo comportamento ad ordini superiori. Io resto impassibile. Il vigile, scoraggiato, si butta sul classico: «favorisca un documento» sbotta. Gli consegno la patente e lui sparisce nell’ufficio del corpo di guardia. Aspetto un quarto d’ora, sempre sotto il sole. Il graduato torna, mi consegna un po’ spazientito il documento e riparte alla carica «Si sposti, glielo dico con calma che poi...». Poi cosa? Non lo saprò mai. In quel momento l’agente comunale individua il fotografo che sta scattando a pochi metri e si cuce la bocca. Cosa c’è dopo quel «poi» non è dato sapere, forse che la «calma» sarebbe stata sostituita da un atteggiamento meno tranquillo? Illazioni. La guardia davanti ad un obiettivo cambia metodo e tono. Torna in ufficio e dopo pochi minuti esce nuovamente. Si avvicina al collega con la macchina fotografica. Chiede anche a lui i documenti. E quando gli viene chiede perché la risposta è laconica: «perché la denunciamo». Mah. Intanto davanti a Tursi passano, a parlamentare con il vigile, un funzionario comunale e un ufficiale della polizia comunale che viene indicato come il comandante. Entrambi fanno finta di nulla ma lanciano occhiate a me, che sto ancora seduto sugli scalini del palazzo, e, furtivamente, al fotografo che è appena dietro di loro. Poi si dileguano. Sono le 14 passate. Davanti a me e al mio cartello sono passati anche un paio di poliziotti che non mi hanno degnato di un’occhiata. Al collega fotografo restituiscono il documento d’identità. Io decido di andarmene. Mi alzo e mi allontano con il «cantunè» che mi segue con lo sguardo. Nella testa mi ritorna la spiegazione che mi ha dato (e che forse qualcuno gli ha suggerito) quando ho chiesto i motivi per cui avrei dovuto allontanarmi dallo scalone comunale. «Una questione di decoro» ha detto. A poche decine di metri da Tursi c’è il bel colonnato del teatro «Carlo Felice» che si affaccia su una scenografica e suggestiva piazza De Ferrari, una gioia per gli occhi. Sotto le colonne un po’ meno. Deiezioni di cani in bella vista, lattine, chiazze di urina e bottiglie sono dappertutto. Nessuno ha ancora pulito e sono le 14,30 passate. Penso a quello che mi è stato davanti al Comune. Io, seduto tranquillo sugli scalini, ero una questione di «decoro», avrei dovuto spostarmi un po’ più in là perché macchiavo l’immagine immacolata del palazzo di via Garibaldi. E allora la cacca e l’immondizia davanti al Carlo Felice cosa sono? Il biglietto da visita di una città che accoglie rom, clandestini e malavitosi - piazza Caricamento insegna -, cavalcando l’onda di un buonismo falso e di maniera, fatto di slogan e di attacchi alla stampa, accusata persino di fare terrorismo mediatico semplicemente per il fatto di esercitare il proprio mestriere e ruolo, cioè pubblicare episodi di illegalità che, purtroppo, non mancano. Una città aperta ai «diritti» e ai «deboli», temi consunti tanto cari alla sinistra snob, quella che va in vacanza, non in Liguria, ma a Capalbio, in Kenya o nella villa di Briatore. Che però proprio non ce la fa proprio a mandare giù la gente normale, quella che fa l’abbonamento alle spiagge comunali di corso Italia o di Vesima, che paga salata l’immondizia e che tratta chi ha acquistato un garage e tolto l’auto dalla strada come fosse un inquinatore. Una città, insomma, che appare matrigna con i suoi figli più diligenti e sempre più terreno di conquista.