La sindrome di Berlino in sala stampa

Fine 2002, Roma. Geraldine Chaplin dice alla stampa: «Berlusconi sarebbe ideale per rifare Il grande dittatore». I giornalisti non eccepiscono l’implicito paragone con Hitler, ma il giorno dopo i loro articoli omettono la frase, evitando in extremis l’autogol dell’anti-berlusconismo.
Metà 2005, Cannes. Al presidente della giuria del Festival, Emir Kusturica, una giornalista italiana rinfaccia di non aver premiato l’italiano Quando sei nato, non puoi più nasconderti, che giustifica l’immigrazione clandestina. Nonostante la vena zingaresca, Kusturica liquida il film con un gesto. Allora l’incauta intima ai colleghi e strilla: «Non lo scriviamo, non lo scriviamo». E loro non lo scrivono.
Piccole cose dei grossi Festival, che il pubblico crede importanti manifestazioni culturali. Però essi sono anche importanti manifestazioni propagandistiche e meno importanti manifestazioni economiche. L’arte, salvo rari casi, abita altrove. Le giurie sanno che i loro premi saranno una promozione; la consacrazione degli autori e degli attori verrà, se verrà, dagli incassi e, di rimbalzo, dagli Oscar.
Poi c’è la miscela di geopolitica e ideologia. C’è un Bye Bye Berlusconi, come è accaduto al Festival di Berlino appena concluso? Gli stessi giornalisti italiani, «discreti» con la Chaplin e con Kusturica, colgono nel filmino l’evento. È accaduto lo stesso all’ultima Mostra di Venezia con Viva Zapatero!; sta accadendo e accadrà, fino al Festival di Cannes, col Caimano.
Socialdemocratico e amico personale di Gerhard Schröder, Dieter Kosslick ha ammesso a questo Festival di Berlino un film tedesco con attori italiani ignoti, che ipotizza il rapimento del presidente del Consiglio italiano. Ora ipotizzate anche voi. Ipotizzate che quel film fosse italiano, con attori tedeschi ignoti, e suggerisse il rapimento del Cancelliere tedesco. La Berlinale l’avrebbe accettato?
Il resto della rappresentativa italiana al Festival di Berlino aveva tutta l’aria di esser lì per ragioni analoghe: Romanzo criminale e La tigre e la luna sono schieratissimi. Alle conferenze stampa, autori e attori hanno tenuto comizi, più che presentazioni, ma hanno attenuanti: sempre quei giornalisti e altri, non solo italiani, ve li hanno spinti.
A chi arrivava dall’Italia, veniva domandato regolarmente - l’ha ammesso anche Benigni, preoccupato del suo film più che di questi «referendum» - di schierarsi pro o contro Berlusconi. Solo il suo sosia in Bye Bye Berlusconi, Maurizio Antonini, s’è detto pro. Gelando i giornalisti presenti.