La sindrome cinese spaventa le Borse

Martedì nero: il listino di Shanghai ha lasciato sul terreno quasi il 9%, il peggior calo
dell’ultimo decennio. L’Europa ha bruciato 270 miliardi di euro. Milano ha perso oltre il 3%. Oggi il rimbalzo di Shangai che chiude a +3,94%

Milano - Sono andate giù tutte, come tanti birilli traballanti. Prima Shanghai, epicentro del terremoto; poi l’intera Europa, dove ribassi tra il 2 e il 3% sono costati 270 miliardi di euro in termini di capitalizzazione; e infine Wall Street: il martedì nero è costato 600 miliardi di dollari di capitalizzazione complessiva in meno, oltre alla perdita dei guadagni maturati nel 2007. Saldissime fino a lunedì, con gli indici protesi verso una corsa al rialzo senza fine, ieri le Borse mondiali si sono scoperte fragilissime. Esposte non soltanto alla sindrome cinese, ma anche ai rischi di un fall out dell’economia mondiale. Più precisamente, a quei pericoli di recessione indicati con tempismo profetico all’inizio della settimana dall’ex timoniere della Federal reserve, Alan Greenspan.

Naturalmente, non tutti gli economisti sono inclini al pessimismo. Alcuni individuano nello scossone solo una fisiologica correzione di rotta dei listini. Fenomeno che giustificherebbe il peggior calo dell’ultimo decennio subìto da Shanghai. Sfondata la soglia psicologica dei 3mila punti, sarebbero scattati i realizzi. Insomma, nulla di drammatico in quel calo di quasi 9 punti percentuali per un mercato che nel corso del 2006 ha guadagnato il 130%. Una semplice puntura di spillo. Eppure, il dietrofront sembra avere motivazioni più solide. A cominciare dal giro di vite governativo sugli investimenti a rischio, dal più serrato controllo sulle finora disinvolte offerte iniziali di vendita (Ipo) e sulla concessione dei prestiti bancari, spesso utilizzati per lo shopping borsistico. Provvedimenti che, se da un lato renderanno più trasparente il mercato cinese, dall’altro indeboliscono le basi su cui ha costruito il proprio miracolo. Al tempo stesso, la possibilità di una nuova stretta monetaria va nella direzione (giusta) di raffreddare l’economia, ma certo non servirà a stimolare gli ancora incerti consumi interni.Visti dal versante europeo, i problemi cinesi non possono essere sottovalutati. Perché su quel mercato molte imprese del Vecchio continente hanno puntato parecchie carte. Così è possibile spiegare le forti flessioni a Francoforte (meno 2,96%), Londra (meno 2,3%), Parigi (meno 3%) e il tonfo di Piazza Affari, che ha bruciato quasi 27 miliardi di ricchezza borsistica in seguito al tonfo del Mibtel (meno 3,2% a 32.172 punti) dello S&P/Mib (meno 2,88% a 41.616) e dell’All Stars (meno 4,43% a 17.841). Frenetici gli scambi, per un controvalore di 8,2 miliardi, pari a circa l’1% dell’intera capitalizzazione, con perdite tanto diffuse quanto pesanti. Fiat ha lasciato sul terreno il 4,55% scivolando a 17,78 euro, ma gli operatori hanno minimizzato la flessione, attribuendola a «prese di beneficio» nei confronti di un titolo arrivato fino a quota 18,8 e che sembrava pronto ad aggredire la vetta dei 20 euro. Male anche Generali, in calo del 4,11%, le banche e gli energetici. Gli operatori invitano alla calma, e rinviano ai prossimi giorni le valutazioni su quale direzione prenderanno i mercati.

L’ago della bilancia nel delicato gioco d’equilibrio delle Borse rimane Wall Street, impaurita ieri da un dato ben più deludente delle attese sugli ordini di beni durevoli (meno 7,8% in gennaio). Una gelata tanto inattesa da far lievitare l’euro fino a 1,3246 dollari, rendere trascurabile l’aumento della fiducia dei consumatori e piegare così, a fine seduta, il Dow Jones del 3,29% e il Nasdaq del 3,86%. La parola «recessione» comincia a circolare con maggiore insistenza tra gli investitori, che attendono oggi la seconda stima sul Pil del quarto trimestre. Le previsioni della vigilia non sono incoraggianti: la prima stima - più 3,5% - potrebbe essere corretta fortemente al ribasso (più 2,3%). Qualcuno potrebbe spaventarsi.