La sindrome di Montenero e i reduci di Mani pulite

Egregio Direttore,
a proposito di quanto scritto dal Vostro giornalista Filippo Facci sul Il Giornale del 15 maggio 2009 sotto il titolo «La sindrome di Montenero» devo segnalare e chiedere di rettificare quanto segue.
1. Sono stato segretario provinciale milanese della Democrazia Cristiana per oltre quattro anni (1985-1989), avendo alle spalle non una «professione» politica bensì una brillante carriera scientifica. Durante quel periodo ho denunciato ripetutamente nelle sedi istituzionali e sui mass media, lo stato di degenerazione della politica nazionale e locale; portando personalmente, alla competente Procura della Repubblica, prove documentarie e testimoniali, sui gravissimi episodi di corruzione che alimentavano l’attività politica milanese.
2. La Procura della Repubblica inviò doverosamente a tutti i vertici politici milanesi di ogni partito, di maggioranza e di opposizione, avvisi di garanzia presumendone la conoscenza dei fatti delittuosi denunciati.
3. Dopo poco tempo la mia situazione venne archiviata, già fase istruttoria, con avviso formale inviatomi a firma del procuratore generale Saverio Borrelli e dall’intero pool inquirente (Colombo, Davigo, Di Pietro). In esso si motivava l’archiviazione non solo perché non sussistevano specifici fatti di reato, ma anche perché le azioni connesse alla mia posizione di segretario politico di partito non potevano comunque essere penalmente rilevanti per oggettiva mancanza di dolo, a conseguenza della mia continua azione di denuncia degli illeciti, di cui venivo a conoscenza, alla competente autorità giudiziaria.
4. Le mie dimissioni da segretario provinciale della Dc milanese (avvenute tre anni prima dell’esplosione di Mani Pulite) erano state motivare con una lettera pubblica e con un saggio di analisi politica (pubblicato su Aggiornamenti Sociali) in cui motivavo lo stato di estremo e irreversibile degrado della vita politica italiana. Ciò, e non l’offensiva insinuazione di Facci, spiega il mio silenzio da quel giorno.
5. Alla luce di quanto le ho esposto, le parole diffamatorie di Filippo Facci costituiscono profonda offesa alla mia persona, ledono la mia dignità civile e professionale mentre offendono e danneggiano l’Ateneo a cui appartengo, le Istituzioni scientifiche che dirigo e quelle internazionali con le quali collaboro.
Pertanto, in assenza di rettifica ai sensi dell’art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 da pubblicare nella stessa pagina e con il medesimo rilievo della notizia smentita, sarò costretto a ricorrere a tutte le vie che la legge prevede per tutelare il mio onore e ottenere un adeguato risarcimento del danno morale e materiale arrecatomi.
Antonio Ballarin Denti

Brillante Dott. Prof. Antonio Ballarin Denti, ha trovato pane per i medesimi. Anzitutto non c'è niente, ripeto niente da rettificare perché niente di falso è stato scritto, quindi non tiri in ballo leggi che non conosce. In secondo luogo non vedo che cosa c’entrino i suoi atenei internazionali. Dopodiché Le rinfresco la memoria. Che Lei abbia ricevuto un avviso di garanzia perché la Procura li inviava in automatico è una sciocchezza spettacolare: Lei fu indagato specificamente perché il cassiere democristiano Maurizio Prada, che lei ben conosceva, la chiamò in correità in un verbale che pubblicai proprio io sull’Avanti!. Altri giornali, qualche giorno dopo, dovettero descriverLa mentre saliva le scale della Procura con l'Avanti! sotto il braccio per chiedere spiegazioni. Le ebbe: fu inquisito e poi messo a confronto con Prada, che le passava soldi quando Lei era segretario provinciale della Dc. Il verbale del confronto con Prada è in assoluto uno dei più divertenti di Mani pulite. Il 18 giugno 1992 Lei riuscì a dire: «Ritengo che Prada potesse usufruire sia di un canale lecito che di uno illecito». In che senso illecito? «Canale derivante dalle tangenti». Ma allora, e fu l'ultima domanda che Le posero, perché chiedeva soldi se pensava fossero frutto di tangenti? Risposta: «Perché ritenevo che utilizzasse i proventi leciti per le spese proprie dei partiti e quelli illeciti per le correnti e le campagne elettorali». In sintesi, Lei pensava che, su mille lire, solo cento fossero lecite. E che Prada, il cassiere, a Lei desse proprio quelle. Il resto l'ho scritto. Aggiungo che lei fu anche e indirettamente tirato in ballo da un violento attacco della leghista Irene Pivetti alla Curia di Milano: non mancarono infatti frecciate al Centro Agorà voluto dal Cardinal Martini perché elaborasse testi contro la corruzione. Di questo Centro facevano parte Lei (inquisito), Carlo Radice Fossati (inquisito), Gianfranco Rocca (azionista della Techint, azienda inquisita) e Antonio Sernia (manager dell’Eni, poi inquisito) e fa piacere che Lei sia stato prosciolto: non avevo scritto il contrario. Avevo scritto un'altra cosa, che non potrò più scrivere, l'unica: che Lei da allora era rimasto zitto.
F.F.