LA SINDROME DEL SOLISTA

Gianfranco Fini dice no «a leggi orientate da precetti di tipo religioso». Siccome le leggi le fa la maggioranza di governo, finisce per essere una dichiarazione contro il governo. D’accordo, va bene, ha un ruolo istituzionale, può accadere. Pochi giorni prima, però, Fini aveva criticato la mancanza di leggi a favore degli omosessuali. D’accordo, va bene, ma chi è che non le fa? La sua stessa maggioranza. Gira ancora a ritroso le pagine del calendario, e trovi una dichiarazione del presidente della Camera sul rimpatrio, sulla necessità di fare meno propaganda sul tema immigrazione. E chi è che farebbe questa propaganda? Ma la sua stessa maggioranza, anche stavolta. Così come quando Fini diceva che si spendevano parole irresponsabili sul Capo dello Stato, ce l’aveva proprio con il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. E non va nemmeno trascurato il fatto che tutti i giornali - nessuno escluso - abbiano indicato Fini come ispiratore della carica dei 101 parlamentari contro i nuovi articoli di legge che avrebbero introdotto la cosiddetta norma dei «medici spia». E forse nel conto andrebbe anche aggiunto, per onor di cronaca, che la famosa polemica sulle veline, è stata innescata da un editoriale di fuoco di una esponente della Fondazione Fare Futuro, diretta emanazione del presidente della Camera. Giusto, legittimo, per carità. Ma una riflessione, alla luce di tutti questi elementi si impone.
E così sorge un dubbio: che il presidente della Camera sia super partes, non solo è un bene, è anche auspicabile. Ma che il presidente della Camera diventi una sorta di «anti-leader» pronto a puntare l’indice accusatorio contro ogni provvedimento del suo stesso partito, e dello stesso schieramento che lo ha espresso, questo è singolare. Non abbiamo mai visto Pietro Ingrao o Nilde Iotti andare contro il Pci, nessuno ha mai sentito Giorgio Napolitano accusare da presidente della Camera l’Ulivo di Prodi. Quando Irene Pivetti ha rotto con la Lega ha lasciato Montecitorio e Pier Ferdinando Casini, negli anni in cui occupava la terza carica dello Stato, aveva delegato tutti i suoi poteri di segretario politico a Marco Follini, al punto di entrare in rotta con lui, a fine mandato. Ma esiste anche una prova contraria. Nel bel libro di Rodolfo Brancoli sul suicidio del governo Prodi si indica un punto cronologico ben preciso, come momento di inizio del processo di degrado della maggioranza. Il giorno in cui Fausto Bertinotti definì il leader del suo stesso schieramento «il più grande poeta morente».
Il paradosso è dunque questo: da quando Fini è entrato nel Pdl, l’alleato più leale di Silvio Berlusconi si è trasformato in un giocatore che appare smarcato da ogni spirito di appartenenza. È giusto questo, oppure è sbagliato? È un bene o un male? Come minimo è curioso. Il livello di polemica si è alzato proprio quando avrebbe dovuto sopirsi, la conflittualità è sorta, proprio nel momento in cui sceglieva una casa comune. E questo è sicuramente sbagliato. Allo stesso tempo, un fenomeno altrettanto singolare fa sì che sempre dopo la nascita del Pdl la Lega abbia inaugurato una sorta di diplomazia separata, che è nata con la legge sul federalismo, ma che poi si è accentuata subito dopo, su un doppio registro: mani libere nel dialogo con la sinistra per portare a casa le cose che interessano al Carroccio, e posizioni radicali sui temi che Bossi considera sensibili, ignorando le difficoltà create alla maggioranza.
Insomma, questo Pdl, che doveva nascere per unire, per ora sembra che abbia subito molte divisioni. Come se il modello non fosse più quello indicato da Silvio Berlusconi alla Fiera di Roma. Così, in mezzo a tanti dubbi, una cosa è certa: il discorso del Predellino aveva illuminato un’altra prospettiva. E se alcune uscite possono essere giustificate dal prossimo voto, altre ricordano un po’ troppo la sindrome Follini. No, il Pdl non è nato per questo.