La sindrome di Tafazzi

Non era un naufrago dell'Isola dei famosi, alla seconda settimana di cibo scarso e sonno inquieto sotto una capanna, era lui, il dottor Sottile, che di lavastoviglie, come ha tenuto a dire, non intende occuparsi, ma che di velo, quello che, a differenza delle torbide Veline, lo rassicura, parla fino all'esaurimento, nostro. Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, intervenuto alla Conferenza dell'Associazione dei Comuni sull'Immigrazione, dove pure i sindaci che stanno cercando di mettere un po' d'ordine nel Far West di sostegno dal governo e dal ministro dell'Interno avrebbero avuto bisogno, non ha invece voluto parlare della questione dei lavavetri. «Non rispondo su temi che non riguardano il convegno. Sono qui per parlare di integrazione e parlo solo di integrazione: non mi occupo di lavastoviglie», ha scherzato. Che simpatico, che delizioso sense of humour, certo a lui, tra una scorta e un'auto blu, non succede di essere molestato e perfino minacciato a ogni semaforo di città da immigrati clandestini. Infatti si sbaglia, e li chiama lavastoviglie, elettrodomestici che non gli interessano e non lo preoccupano.
È altro che gli preme, non perde un'occasione per ribadirlo all'Occidente crudele. «Dobbiamo mettere da parte il velo delle ideologie ogni volta che si parla di un velo islamico. In certe occasioni il velo è prova di prevaricazione dell'uomo sulla donna; in altri è prova di un senso identitario. Vietarlo a priori significa imporre una propria ideologia imperialista». Come conclusione di un convegno che tentava di mettere dei punti fermi è formidabile. Contro la Francia che nel tentativo di salvarsi ha proibito il velo; contro la Tunisia che, nel tentativo di difendersi dall'invasione circostante lo proibisce; contro il Marocco, pure assediato da fondamentalisti, che lo ha appena eliminato dagli uffici pubblici, dalle scuole e dai libri scolastici. Perché il ministro dell'Interno è posseduto da questa convinzione incrollabile, divenuta un'ossessione, e dimentica, ammesso che qualcuno glielo abbia detto, che per la stragrande maggioranza delle musulmane il velo non è una libera manifestazione di fede ma un'imposizione odiosa, e il segno di un'esclusione che i maschi hanno deciso per loro?
Amato, che sempre Sottile si sente, rovescia il discorso, ancora una volta è colpa nostra, perché «ci sono attacchi e aggressioni politiche che dimostrano solo quanto è minuscolo chi le fa». Io dico, e mi assumo la responsabilità di quanto dico, che l'oppressione femminile sta nei sogni nemmeno tanto più reconditi del nostro ministro, come di buona parte del governo Prodi. Un bel velo, e pedalare, basta con le pretese.
Gli ricordo allora non le ultime ragazze massacrate nella democratica Repubblica d'Italia, ma solo una ancora viva, quella che nella libera Repubblica è stata prigioniera in un palazzo qualunque di una città qualunque, proprio come accade per i sequestri dopo i quali si dispiegano squadre di specialisti e cani da fiuto.
La ragazza si agita, poi riprende a singhiozzare, mostra segni evidenti di percosse. Ma aiutarla, una parola! Anche perché lei parla un linguaggio incomprensibile. Arrivano i carabinieri, poi un interprete che sa di arabo. E viene fuori la storia che è un incubo, che non vorresti mai ascoltare: la storia di E.H., origine marocchina, ventenne appena, ma già sposata da cinque con un manovale di 23 anni che lavora a Genova e abita con la madre in una casa del quartiere. In quella casa c'è anche lei, la moglie. Solo che «da tre anni - racconta adesso a fatica - vivo chiusa a chiave in una stanza, loro due non mi lasciano mai uscire se non per andare al gabinetto. Ma fuori casa, mai. Dicono che non devo essere inquinata dall'Occidente». Per due anni, dopo il matrimonio, E.H. era rimasta in Marocco, presso la sua famiglia, coltivando la speranza «che un giorno, lui mi ha promesso che mi fa venire a Genova, vivremo insieme, ci vogliamo bene». Il momento giusto arriva: il viaggio dal Marocco al capoluogo della Liguria, dal passato al futuro. Ma il marito, che ha un regolare permesso di soggiorno in Italia e sembra ormai perfettamente integrato nella società occidentale, mette subito le cose in chiaro: «Tu da questa stanza non ti muovi, devi restare pura».
In nome della purezza velata, le botte, le violenze morali, le privazioni cui la sottopone periodicamente il consorte con l'«assistenza» della madre sono giustificate, non è vero signor ministro? La donna subisce due aborti, ma non si rassegna: più la picchiano, più le infliggono sofferenze, più lei trova rifugio nella voglia di scappare, un giorno o l'altro, finalmente. Continua a pensare di evadere da quella prigione. Ieri, correndo come una pazza per la strada a chiedere aiuto, ce l'ha fatta. Nonostante Amato, le femministe che guardano dall'altra parte, un presidente della Repubblica che parla solo di brioches.
Maria Giovanna Maglie