SINDROME TURCA

P eggio, molto peggio del previsto. Domenica in Francia il no si era fermato al 54%, ieri in Olanda è salito al 61,7%. Nessuno aveva pronosticato un risultato tanto negativo. Effetto domino, certo. Dopo l’esito della consultazione di Parigi, ad Amsterdam chi aveva dubbi se li è fatti passare pigiando il tasto «nee» nei modernissimi seggi elettronici dei Paesi Bassi. Ma non solo. L’Europa si trova di fronte a un paradosso. Accusata per molto tempo di procedere troppo lentamente sul cammino delle riforme, ora scopre di essere accusata dagli elettori di aver progredito troppo rapidamente.
Una delle principali ragioni del malessere riguarda un argomento dibattuto poco dall’opinione pubblica europea, quello dell’allargamento. Se esaminiamo le rassegne stampa degli ultimi 4-5 anni ci accorgiamo che i grandi quotidiani europei hanno dedicato poco spazio alle trattative e poi al via libera all’adesione nell’Unione Europea di altri 10 Paesi. La Commissione europea e i leader dei Quindici sono stati così indotti a credere che questa novità non interessasse l’Europa profonda e che dunque potesse essere acquisita. In realtà, non è stato così. La crisi economica che affligge l’Europa dalla fine degli anni Novanta ha provocato un aumento delle incertezze e delle preoccupazioni. E, inevitabilmente, la ricerca di un capro espiatorio, individuato, dalla gente, nella concorrenza dei Paesi più poveri della Ue. E al sorgere di una sensazione di disagio culturale. Tra i Paesi della vecchia Europa a Quindici le similitudini di censo e di stile di vita sono evidenti. Nei confronti di molti Paesi dell’Est, come l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca, la simpatia è palpabile. Ma quando è stata posta la questione turca e, quando, poche settimane fa, Bruxelles ha dato il via libera all’adesione di Bulgaria e Romania che nel 2007 entreranno nella Ue, il disagio, fino a quel momento latente, è esploso.
Chi segue le vicende europee sa che l’avvicinamento a Sofia, Bucarest e, in prospettiva, ad Ankara risponde a precise logiche politiche ed economiche. Ma quando si sottopongono al giudizio del popolo questioni complesse, come quella della Costituzione europea, bisogna essere consapevoli che queste argomentazioni hanno poca rilevanza e anzi risultano controproducenti. Quel che conta è l’istinto. E l’istinto in questo caso è molto forte: l’Europa di oggi non è pronta a integrarsi con Paesi che rappresentano tradizioni percepite come lontane dalle nostre. L’Europa a 27 o addirittura a 28 non è sentita come un’opportunità, quale probabilmente nel lungo periodo sarà, ma come una minaccia a cui francesi e olandesi hanno risposto nell’unico modo che avevano a disposizione: chiudendosi a difesa di un benessere che sentono messo a repentaglio.
I leader europei saranno chiamati a trovare risposte politiche al disastro istituzionale che l’Europa deve affrontare dopo la doppia bocciatura. Ma sin da adesso appare chiaro che qualunque soluzione sarà destinata al fallimento se prima non si recupererà quel sentimento di coesione e di fiducia che aveva caratterizzato la vecchia Europa fino a pochi anni fa. Gli europei oggi vanno rassicurati e ascoltati, tenendo ben presente che fenomeni sociali di questo tipo se non vengono analizzati per tempo possono prendere derive inaccettabili. Oggi è sbagliato sostenere che l’Europa sia razzista. Ma tentare di negare l’esistenza di un problema ben chiaro - quella della coesistenza con gli immigrati e con alcuni dei nuovi Paesi dell’Est - rischia di riportare l’Europa su sentieri che oggi sembrano inimmaginabili.
Di certo non ci sono più margini per nuovi errori. Da questa crisi potrà nascere un’Europa molto migliore e molto simile a quella sognata da chi è autenticamente europeista o molto peggiore, simile a quella che Kohl e Mitterrand pensavano di aver distrutto per sempre quando indicarono la nuova frontiera dell’euro.
marcello.foa@ilgiornale.it