Siniscalco taglia lo stipendio dei consiglieri Rai

Agli otto membri del cda una riduzione di 35mila euro e niente gettoni di presenza. I parlamentari temporeggiano nel dimettersi: «Qui si guadagna molto di meno»

Fabrizio de Feo

da Roma

Nell’immaginario collettivo la Rai assomiglia molto al Paese della cuccagna. Privilegi da corte rinascimentale, stipendi con punte faraoniche, assegni da sogno staccati con leggerezza a favore di artisti, conduttori e dirigenti pagati ben oltre i loro effettivi meriti. È questa la vulgata diffusa tra la gente, la percezione esterna dell’Eldorado di viale Mazzini che si nutre talvolta di luoghi comuni, talvolta di inequivocabili dati di fatto. Una cosa, però, è certa: il nuovo cda della Rai non naviga certo nell’oro. Anzi rispetto alla tolda di comando che li ha preceduti, i nuovi consiglieri di amministrazione sono sicuramente penalizzati dal punto di vista economico.
Intendiamoci: si tratta sempre di ottimi stipendi. Ma la retribuzione dei vari Giuliano Urbani, Angelo Maria Petroni, Gennaro Malgieri, Giovanna Bianchi Clerici, Marco Staderini, Sandro Curzi, Nino Rizzo Nervo e Carlo Rognoni è inferiore a quella del top management di una grande azienda pubblica o privata. E oltretutto è stata recentemente «limata» dal ministero dell’Economia. Nella riunione di insediamento, infatti, i consiglieri hanno scoperto di non potere più godere dell’automatismo della retribuzione delle deleghe assegnate ai consiglieri, circa 35mila euro l’anno (una voce entrata nello stipendio dei consiglieri a partire dalla presidenza Zaccaria). E hanno anche dovuto ingoiare l’eliminazione del pagamento del gettone di presenza (circa 154 euro lordi per ogni seduta del consiglio, normalmente una a settimana). Al momento, quindi, i consiglieri Rai percepiscono 103mila euro lordi l’anno senza benefit aggiuntivi, visto che il ministero di Domenico Siniscalco, in qualità di azionista Rai, ha confermato l’emolumento base del precedente cda, sfoltendo però le altre voci. Anche per questo i parlamentari del cda stanno temporeggiando prima di rassegnare le dimissioni da Montecitorio e dire così addio al pagamento delle mensilità estive. Finora l’unico che ha provveduto a lasciare il Senato è stato il neo-presidente Petruccioli - gli altri lo faranno a settembre - ma c’è da dire che nel suo caso scatta una indennità più alta (Antonio Baldassarre che fece «outing» inviando ai giornali la sua busta paga, intascava circa 11mila euro mensili).
«Eh, sì, si guadagna parecchio di meno rispetto allo stipendio da parlamentare» ammette Giovanna Bianchi Clerici, consigliere in quota leghista. «Ma non ci sono solo i soldi nella vita. E poi questa è una esperienza importante che, oltretutto, mi è stata richiesta dal mio partito. D’altra parte io sono parlamentare dal ’96 e qui credo si possano imparare molte cose nuove. Non ho rimpianti: devo dire che la Rai conserva intatto il suo fascino e la gente che lavora qui da 20-30 anni ti trasmette l’orgoglio dell’appartenenza a questa azienda». Raccontano che Carlo Rognoni, prima di accettare, abbia consultato alcuni amici dirigenti Rai per capire quanto ci avrebbe rimesso nel passaggio dal palazzo parlamentare a quello televisivo. E che nelle riunioni del cda fiocchino le battute autoironiche sulla scelta «tafazziana» compiuta dagli otto neo-dirigenti. Quel che è certo è che i consiglieri cercheranno di porre parzialmente rimedio a questa situazione e, a settembre, discuteranno dell’ipotesi di riassegnarsi le deleghe e la retribuzione aggiuntiva conseguente, con Urbani che potrebbe occuparsi di cinema e fiction e la Bianchi Clerici delle sedi regionali. Un primo passo per tentare di tornare perlomeno nella periferia dell’Eldorado Rai.