Sinistra Arcobaleno assume un operaio e ne licenzia un altro

Il gesto di Diliberto a favore
di una tuta blu Thyssen nasconde il
siluramento di Olivieri, unico
deputato Prc proveniente dalle
fabbriche. E chi protesta viene
minacciato d’espulsione dal partito<br />

Prima, il passo indietro di Oliviero Diliberto e il beau geste del leader del Pdci, che ha lasciato il suo posto all’operaio Tyssen Ciro Argentino, escluso in un primo tempo dalle liste della Sinistra Arcobaleno. Poi, l’intervista di Armando Cossutta, che del Pdci è stato il fondatore, al Corriere della sera, con l’attacco pesantissimo al suo ex delfino: «La scelta di Diliberto è demagogia e plebeismo, non era lui che doveva andarsene, è una mancanza di rispetto verso le istituzioni». Intervista presa bene dagli ex pupilli di Cossutta: «Indegno del suo passato» (Antonino Cuffaro, presidente del Pdci); «Uomo che ha fallito nel Pdci, con una visione arcaica e politicista. Abbiamo rotto ogni legame con gli ultimi residui stalinisti» (Manuela Palermi, presidente del gruppo al Senato in cui siede tuttora proprio lo stesso Cossutta); «Ingeneroso e irrispettoso» (Pino Sgobio, capogruppo a Montecitorio).
Ma il più duro di tutti è Orazio Licandro, responsabile dell’organizzazione del Pdci, che prova «una grandissima pena nel leggere le parole di Cossutta» e spiega che «ciascuno di noi era pronto a farsi da parte, ma Diliberto ha rifiutato perché sarebbe stata un’altra cosa».
E qui, parlando di Licandro, arriva un’altra storia. Molto più «storia» di quella di Ciro Argentino. Perché Licandro è il capolista alla Camera della Sinistra Arcobaleno in Liguria. E fin qui, niente di particolare. Anche se è siciliano, succede spesso che ci siano candidati di altre regioni, fuori zona. Il problema è che Licandro, in qualche modo, porta via il posto proprio all’unico parlamentare operaio uscente di Rifondazione, l’operaio spezzino Sergio Olivieri, che peraltro era solo al primo mandato parlamentare. E l’affronto per i rifondatori liguri è doppio: perché, per i bilancini cencelliani delle liste unitarie, devono lasciare spazio, non solo all’esponente del Pdci, ma anche a uno della Sinistra democratica e a una Verde. Olivieri è candidato sì, ma al terzo posto per la Camera e le sue probabilità di farcela sono le stesse che Fausto Bertinotti diventi presidente del Consiglio. Nulle. Insomma, parlano tanto dell’operaio entrato nelle liste, ma dimenticano volutamente quello uscito. Lo dimenticano tutti, ma non il segretario regionale di Rifondazione e consigliere regionale ligure Giacomo Conti, che da quattro giorni è in sciopero della fame per chiedere giustizia per Olivieri e per il partito ligure, che alle scorse elezioni aveva ottenuto il miglior risultato per Bertinotti in tutto il Nord Italia, portando a Palazzo Madama e a Montecitorio addirittura tre eletti, ora azzerati.
Per capire meglio la situazione vale la pena di fare un ritrattino di Conti. Che, innanzitutto, dal punto di vista umano e dello stile dei rapporti anche con chi non la pensa come lui, è una persona straordinaria, assolutamente onesta intellettualmente e perbene. Che non è un pasdaran. Che non ha mai fatto uno sciopero della fame in vita sua. Che ha anche lui una storia operaia e non ha mai firmato provocazioni di stile pannelliano. E che, al limite, era tacciato da alcuni dei suoi compagni, di fare una politica troppo soft, troppo poco radicalmente comunista, troppo portata alla mediazione anche con la giunta Burlando in Liguria e non sufficientemente urlata. Ecco, per trovare un Giacomo Conti urlante, occorrevano le liste della Sinistra Arcobaleno che facevano fuori l’unico deputato operaio di tutta Rifondazione. Una scelta bollata dal capo di Rifondazione in Liguria, non dall’ultimo arrivato, come «banditesca» e «azione di vera macelleria politica». In quattro giorni di sciopero della fame il segretario (che, fra l’altro, è di stretta osservanza bertinottiana e amico personale del presidente della Camera), ha perso già qualche chilo. Ma ha guadagnato l’appoggio della stragrande maggioranza degli eletti della Sinistra Arcobaleno in tutta la Liguria, compresi numerosissimi assessori di ogni ordine e grado, del presidente del Consiglio regionale ligure Mino Ronzitti, che è un po’ il padre nobile dell’Arcobaleno locale, e soprattutto di don Andrea Gallo e del poeta Edoardo Sanguineti, che sono due madonne pellegrine dell’impegno nella sinistra antagonista.
Insomma, praticamente tutti. Tutti meno il segretario di Rifondazione Franco Giordano che ha messo per iscritto una dichiarazione di fuoco, che ventila addirittura l’espulsione di Conti, con parole pesantissime: «Si può non essere d’accordo, ma parlare come fa Giacomo Conti di una operazione banditesca messa in atto da una parte della segreteria del Partito è non solo falso, ma anche indegno. Riteniamo le espressioni di Conti incompatibili con la cultura politica di Rifondazione comunista». Una scomunica in perfetto stile comunista, che però non trova d’accordo nemmeno l’unico ministro di Rifondazione nel governo, Paolo Ferrero, che invita ad abbassare i toni, ad interrompere lo sciopero della fame, ma definisce «Giacomo Conti uno splendido compagno e la radicalità con cui sta affrontando il nodo delle candidature operaie è l’espressione della sua passione politica e morale».
Il capo ligure di Rifondazione, dal canto suo, replica continuando il digiuno. Ma non quello delle parole di cartavetrata rivolte al suo segretario: «Consiglierei a Giordano di non ascoltare solo le proprie parole, ma anche quelle degli iscritti del territorio». È la fotografia di quanto contano gli operai, al di là degli spot, nelle liste Arcobaleno.