Per la sinistra Biagi è solo un numero

nostro inviato a Modena

Lo spunto viene da un episodio sgradevole, del quale Michele Tiraboschi è stato testimone diretto. La frase pronunciata da una signora in bicicletta che il 16 marzo si era trovata per caso in mezzo alla cerimonia per l’inaugurazione di largo Marco Biagi a Milano: «Se proprio dovevano intestare qualcosa all’inventore della precarietà, potevano scegliere un cimitero». Secondo il giuslavorista che ha preso il testimone del professore ucciso dalle Br, se ancora circolano idee del genere «la colpa non è di quella signora, ma di quello che le è stato detto». E tra le cose che sono state dette in questi giorni c’è il ritorno della polemica sull’ultima riforma del lavoro che è nata come legge Biagi, ma che poi è stata ribattezzata dalla sinistra come «Legge 30». Un modo per scindere il provvedimento dalla figura del professore assassinato cinque anni fa dai terroristi rossi. E anche una palese negazione della continuità tra questa e le precedenti riforme, a partire da quella che prende il nome dall’ex ministro Tiziano Treu.
Una condanna severissima a questo atteggiamento è arrivata nei giorni scorsi da Pietro Ichino, giurista del lavoro, iscritto alla Cgil e finito nel mirino delle nuove Brigate rosse. Chiamarla legge 30 «è una stupida ingiustizia», ha detto ricordando il collega durante la messa in suffragio che si è tenuta lunedì a Bologna. La sinistra la chiama così «solo per paura di un’autorità morale». Ammettere che la legge rispecchia il pensiero di Biagi e che è in continuità con la precedente riforma - ha spiegato - «sarebbe politicamente rovinoso per l’attuale assetto della sinistra». La maggioranza «per non spaccarsi e sopravvivere è costretta a negare l’evidenza».
Affermazioni alle quali ha risposto indirettamente Treu in un’intervista a Repubblica. Marco Biagi? «Un po’ ingenuo perché non comprese che il suo progetto in mano a quel governo avrebbe rischiato, come avvenne, di essere alterato». La «legge 30» - come la chiama anche l’esponente della Margherita - «non aveva né l’equilibrio né la completezza» di Biagi. Tesi che suonano radicali dette dall’esponente più riformista tra quelli che nella maggioranza si occupano di lavoro.
E la loro eco è arrivata anche al quinto convegno internazionale in ricordo di Marco Biagi in corso a Modena. Non considerare la legge un prodotto del lavoro di Biagi significa fare «un torto grandissimo e gravissimo» alla sua memoria. Anche perché, ha spiegato ieri Tiraboschi nel corso di un dibattito sul Libro verde della Commissione europea, il provvedimento adottato dal governo di centrodestra è il risultato di un lavoro svolto tra il ’97 e il 2002 e di riflessioni condivise anche da Treu. Senza dimenticare che «la legge Biagi è stata scritta nel 2001, depositata nel novembre di quell’anno. E se qualcuno non se lo ricorda Biagi è stato ucciso nel marzo 2002». Quindi nessun dubbio: «L’articolato è scritto di suo pugno». E «le uniche modifiche sono state quelle concordate con le parti sociali». Anche il merito del boom dell’occupazione va, anche se non completamente, al lavoro di Biagi, ha rivendicato Tiraboschi. Ma non bisogna scordare che siamo ancora indietro rispetto al resto dell’Europa. Il tasso di occupazione è ancora basso. «In Italia solo una persona su due produce ricchezza. Troppo poche donne, pochi giovani e pochi anziani partecipano al mercato del lavoro».