La sinistra boccia l’immunità, ma la usa in Europa

Se stanno a Roma, la parola immunità non la vogliono sentire nominare nemmeno se si parla di influenza, vaccini e sistema immunitario. Invece, appena il volo che li depositerà a Strasburgo abbandona lo spazio aereo patrio, i signori europarlamentari del centrosinistra cambiano vocabolario e quella parolina curiosamente riappare, riprende forma, si dilata fino a formare un grande scudo protettivo a prova di emergenze giudiziarie. Chiedere conferma agli onorevoli Massimo D’Alema, Antonio Di Pietro e Claudio Fava. O anche a Giorgio Napolitano, che da eurodeputato approvò la materia.
In Italia la battaglia contro l’immunità parlamentare è aspra e forte. L’ostilità contro il Lodo Alfano è totale. Quando la Consulta ha sentenziato l’incostituzionalità della sospensione dei processi a carico dei vertici istituzionali, D’Alema ha picchiato duro: «La sentenza ripara a un vulnus: la lesione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini». È coerente in questa sua posizione, fu contrario all’ipotesi del Lodo Maccanico e pure al Lodo Schifani. La sinistra intera è schierata al suo fianco, come un'armata attorno al comandante. Compresi ex eurodeputati come Michele Santoro, ostile a ogni forma di privilegio.
A Strasburgo e Bruxelles è tutta un’altra musica. O meglio, è la stessa musica antiberlusconiana. Varcate le Alpi, la sinistra non disdegna più la protezione parlamentare e si immunizza da ogni possibile attacco. Contrari all'immunità sul suolo natale per ostacolare il premier, favorevoli nell’europarlamento per difendere se stessi. Se in Italia tutti i cittadini sono uguali, in Europa qualcuno è più uguale degli altri come decretarono i maiali nella «Fattoria degli animali». I detrattori di Silvio Berlusconi citano a piene mani il libro di Orwell quando il premier chiede tutela dalle procure politicizzate, ma lo richiudono negli scatoloni dei traslochi in tutti gli altri casi.
L’assemblea di Strasburgo ha voluto l’immunità per i suoi membri a più riprese. La applica in abbondanza. La disciplina fu varata a larga maggioranza: 403 favorevoli, 89 contrari, 92 astenuti è stato l’esito dell’ultima votazione del 23 giugno 2005. C'era Santoro tra i favorevoli. E c’erano anche Gianni Pittella, braccio destro di Pierluigi Bersani; il dalemiano Mauro Zani, e poi Giovanni Berlinguer, Marta Vincenzi, Claudio Fava. Nel 2003, in un precedente scrutinio, il parterre era ancora più illustre: comprendeva il futuro presidente Giorgio Napolitano, Giorgio Ruffolo, Gianni Vattimo, Renzo Imbeni, Demetrio Volcic. Non si alzarono voci discordi, nessuno si sentì ferito da un «vulnus», nessuno credette di violare il principio di uguaglianza tra i cittadini.
Quando è stato il momento, i leader del centrosinistra non si sono fatti scrupolo a chiedere (e ottenere) il vituperato privilegio. Lo fece D’Alema quando il gip Forleo voleva utilizzare le telefonate intercettate con Giovanni Consorte nell’inchiesta sui furbetti del quartierino. Lo fece un altro furbetto dell’indultino, Antonio Di Pietro, quando il giudice Filippo Verde lo querelò. La storia è singolare. Tonino scrisse un articolo su Rinascita infilando il magistrato tra quelli che avevano aggiustato la sentenza Mondadori, ma Verde non c’entrava, lo denunciò e chiese di lavare la bruciante offesa con un risarcimento di 210 mila euro. Di Pietro ammise la colpa, riconobbe l’«errore madornale» dovuto a un maldestro copia-incolla, ma invece di espiare chiese ai colleghi europarlamentari di risparmiargli il disonore e il cospicuo esborso di quattrini. Fu accontentato. Proviamo per un momento a cambiare volto ai protagonisti: un qualsiasi giornalista italiano che per una svista insulta Di Pietro. C’è solo da scommettere su quanto sarà dura la condanna.
Un altro campione della superiorità morale della sinistra, il siciliano Claudio Fava che sul suo sito Internet s’incensa come «miglior parlamentare europeo» e «star performer» della legislatura, è ricorso due volte all’euroimmunità schivando altrettante denunce per diffamazione: una dell'ex assessore regionale Salvatore Cintola, la seconda di un consigliere regionale pesantemente accusato durante una puntata di Annozero. Era sempre nell’esercizio delle sue funzioni, anche quando sul settimanale Itaca di cui è direttore (dove si scaglia contro il «dolo» Alfano) Fava signorilmente titolò: «Dalla Cintola in giù».