Sinistra a caccia dell’operaio perduto

da Roma

A giudicare dai calibri in campo, sembrerebbero i preparativi per la battaglia decisiva. Se si guarda alla realtà, pare piuttosto una scazzottata di cortile. Una partita giocata nel poco spazio rimasto dopo l’esodo delle tute blu verso altri lidi lavorativi e la fine del monopolio della rappresentanza politica. Insomma, Partito democratico e Sinistra arcobaleno sembrano ignorare quello che ormai anche i sassi sanno: gli operai veri e propri sono sempre meno. E sono molto diversi da come ce li immaginiamo. Tanto per dirne una, non si fanno troppi problemi a votare a destra. E, come se non bastasse, al Nord prediligono il Popolo della libertà. Non è raro incontrare sindacalisti metalmeccanici, compresi militanti della Fiom Cgil, con un debole per Forza Italia o la Lega Nord. Alcuni addirittura con la tessera in tasca.
I primi a documentarlo, qualche anno fa, furono i ricercatori dell’Ires Cgil. Uno studio di Demos&Pi ha colto gli umori più recenti dei Cipputi: il 46,5 per cento preferisce Berlusconi a Veltroni, il 31,5 per cento sceglie il Pd e l’11,9 per cento la Sinistra arcobaleno.
Eppure le due sinistre, a mettere il cappello sulla classe operaia (o meglio, sul 43 per cento che gli rimane) proprio non vogliono rinunciare. Per dire l’ultima, il Pd è arrivato a tradire la regola numero uno della campagna elettorale di Walter Veltroni - discontinuità con il passato della sinistra - e ha ritirato fuori la «Conferenza operaia» del vecchio Partito comunista italiano. Quella del Pd si terrà domani a Brescia. Per tutta risposta la Sinistra arcobaleno, che già aveva organizzato un incontro sugli «invisibili» nei mesi scorsi a Torino, ha risposto con una «Conferenza operaia» tutta sua che si terrà a Milano, sempre domani.
E non è solo campagna elettorale. Quella per il marchio di «partito operaio Doc» è una guerra, con sgambetti e mosse a sorpresa, come quella studiata dal segretario del Prc Franco Giordano che oggi, con un giorno di anticipo rispetto a Veltroni, si presenterà a Brescia per incontrare gli operai locali e incalzare il Pd sui temi più scomodi: salari e flessibilità.
Un modo per dire agli operai che i temi a loro cari sono esclusivamente nel programma della Sinistra arcobaleno. Anche se a leggere le parole pronunciate mercoledì - a microfoni spenti - alla trasmissione Omnibus da Fausto Bertinotti, sono tutti sforzi inutili: «Ora nelle fabbriche i sindacalisti Fiom hanno la tessera di Forza Italia. È l’effetto di Romano Prodi». Pessimismo di chi - rileva Italia Oggi, che ha riportato la frase del candidato premier della Sa - conosce le fabbriche. E sa bene che ultimamente, tra le catene di montaggio, l’antipolitica va fortissimo.
Analisi nella quale il Pd preferisce non addentrarsi. Almeno allo scoperto e non prima delle elezioni. La parola d’ordine è un po’ la stessa utilizzata nel Nord-Est. Il voto operaio, come quello degli imprenditori, è, di diritto, del Pd. Le diffidenze e la sfiducia sono acqua passata. O almeno così deve sembrare. Perché al Pd preme dimostrare che il legame con il Nord industrializzato, quello che secondo Riccardo Illy ormai vota «di default» per Silvio Berlusconi, è ancora vivo.
Motivazioni non identiche tra le due sinistre, quindi. Di simile c’è invece il parterre delle due manifestazioni. Perché di operai in attività, a quelli che dovrebbero essere i loro stati generali, ce ne sono pochini, almeno nei programmi ufficiali. Sindacalisti e un deputato-operaio come Maurizio Zipponi per l’Arcobaleno. Establishment allo stato puro per la kermesse bresciana del Pd. Oltre a Veltroni, ci sono professori universitari («chissà come mai non c’è Ichino», commentavano ieri perfidi esponenti dell’Arcobaleno); professori, ministri e sindacalisti. Poi i noti rappresentanti del mondo del lavoro nelle liste democratiche: Antonio Bocuzzi, operaio ThyssenKrupp, Loredana Ilardi, la ex operatrice del call center presentata come precaria (in realtà assunta). Resta Alberto Tosa operaio Iveco e sindaco Pd di un comune. Ruoli da testimonial, verrebbe da pensare, per la classe che i comunisti un tempo consideravano «l’erede dei filosofi classici tedeschi».