Sinistra, cento anni di occasioni perdute

«Siamo - annotava Filippo Turati - in un paese in cui il sentimento della ribellione, almeno verbale, è immensamente diffuso; paese di esteti, di sentimenti, di artisti, dove vi è questo estetismo nella frase, nel gusto. Non accade forse a noi stessi, nelle conferenze che facciamo, di vedere i nostri uditori addormentati, udendo parlare dei doveri del proletariato, nelle leghe, nei comuni, nei lavori di tutti i giorni? Mentre si destano per applaudire con entusiasmo quando scoviamo fuori le vecchie frasi sonanti di rivoluzione o di ribellione?». Scritto ai primi del ’900. Oppure oggi. E forse domani.
La riflessione del padre del riformismo socialista italiano è in fondo il succo del volume che Antonio Ghirelli (giornalista blasonato, già portavoce di Sandro Pertini) dedica ai «cento anni di sinistra italiana» (Aspettando la rivoluzione, Mondadori, pagg. 250, euro 18). Quanto al bicchiere, è costituito dall’altra malattia endemica della sinistra italiana: lo scissionismo. La tendenza irrefrenabile a costituire chiese o chiesuole, a erigere steccati anziché approdare al confronto all’interno di un unico contenitore, senza fare tesoro dell’insegnamento di Pietro Nenni (cui pure capitò di razzolare malissimo) secondo il quale «c’è sempre qualcuno più puro che ti epura».
Con due conseguenze. La prima, è che l’ossessione del «nemico a sinistra» rende zoppicante qualunque seria piattaforma di governo. La seconda è che le alleanze con i partiti un tempo «borghesi» sono guardate con sospetto, quasi si tratti di una contaminazione. Si tratti della vecchia «estrema» primonovecentesca, che pure qualche interessante esperimento aveva portato a casa (vedi sindacatura a Roma di Ernesto Nathan, vedi aperture di Giolitti), travolta da invidie massimaliste. O della mancata risposta unitaria al fascismo. O dei velleitarismi da «stanza dei bottoni» con cui il Psi approcciò il centrosinistra.
Antonio Ghirelli, che la sinistra la conosce bene, più che una storia della sinistra italiana in senso stretto, descrive una sorta di storia d’Italia vista attraverso le occasioni mancate della sinistra, da Filippo Turati a Bettino Craxi. Un racconto equilibrato, che evita il registro polemico. Disteso, attento a non concentrarsi troppo sugli ultimi trent’anni (dei quali pure Ghirelli è stato un testimone privilegiato), e anzi più portato a scandagliare gli albori del movimento socialista, nella convinzione che occorra, per fare un passo avanti, fare i conti con i vizi d’origine.
Nelle ultime pagine Ghirelli descrive la nuova agenda per una sinistra riformista (mutamento della condizione operaia, dalla tuta blu al camice bianco, precarizzazione, welfare, terrorismo, movimenti migratori) e ne registra contemporaneamente il de profundis. La fondazione del Partito democratico in salsa prodiana fa svanire «almeno nel medio periodo, l’ipotesi di una sinistra socialista di tipo riformista, maggioritaria o comunque determinante come forza di governo».
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