La sinistra chic che lo lincia per il maglione poco chic

Quanti snob: dalla Serracchiani alla Ravera, i progressisti da salotto lo attaccano perché non veste elegante

Due sere fa a Tetris, la bella ed equilibrata trasmissione condotta su La7 da Luca Telese, ospite con Vladimir Luxuria, Lidia Ravera, Debora Serracchiani e Carolina Lussana, osservati da tre giornalisti, David Parenzo, Mario Adinolfi e Carlo Antonelli, ho assistito alla prevedibile rappresentazione dell’Italia buona e onesta indignata contro truffatori, corrotti e corruttori. Il tema ha inizio, impostato da Telese contrapponendo «l’Italia delle meraviglie» descritta nel mio libro, all’Italia dei favori e delle ruberie.

La riproposta delle vicende che vedono coinvolto anche Guido Bertolaso, ha portato inevitabilmente a parlare di lui. Io lo avevo già fatto e ne avevo già scritto manifestando, in modo anche pittoresco, la mia totale incredulità rispetto ad accuse che sconfinavano in un grottesco voyeurismo. Il tema degli ultimi giorni era stato, nel caso di Bertolaso, quello se i massaggi praticati sul suo corpo si fossero limitati ad alcune parti, o estesi ad altre, ritenute più sensibili. Distinzione risibile, nell’intimità di una stanza chiusa e non potendosi stabilire quali siano i confini della sessualità. Si può escludere che essa riguardi collo, orecchie o piedi? E dunque io ho fieramente cercato di contrastare questa macelleria (in senso letterale) giudiziaria e giornalistica, stimolato dalla pubblicazione di ambigue intercettazioni, una delle quali costringeva a immaginare due personaggi che cercavano, senza trovarlo, un preservativo nella stanza del massaggio.

Uno spettacolo turpe, con voyeur in prima fila pronti al linciaggio. Ammaliato dalle intercettazioni e assolutamente convinto della infallibilità dei magistrati, Eugenio Scalfari non vedeva l’ora di esclamare: «Ma adesso Bertolaso deve lasciare», vaneggiando sulla dissociazione del presidente della Repubblica. Più timidamente, il giornalista del Corriere Lorenzo Salvia ha osservato che «resta una anomalia nel rapporto tra controllore e controllato».

Ma nessuno era arrivato, nella sistematica impresa di demolizione di Bertolaso, chiamato dall’impeccabile Travaglio «Bertolaido» o «Bertoladro» (quanta pazienza!), alle sottigliezze dei denigratori arruolati da Tetris. Certi e sereni nel giudizio, Lidia Ravera e Debora Serracchiani, che Bertolaso fosse un qualunque funzionario dello Stato senza particolari meriti e qualità. Ho cercato di spiegare loro che è l’uomo a fare la funzione e non la funzione a fare l’uomo, e che altri non avrebbero avuto la stessa determinazione ed efficacia. Mi viene naturale pensare che gli uomini prevalgano sui ruoli, per la loro personalità e per la loro capacità. Così ho richiamato alla Serracchiani, aspirante a una improbabile etica della politica, che le due sfere sono separate, e che Benedetto Croce, in una pagina mirabile da me ripubblicata su questo giornale, aveva escluso che i comportamenti personali, perfino i vizi, potessero in qualche modo avere a che fare con l’azione politica: «Il vero politico onesto è il politico capace».

Niente da fare. Per un equivoco massaggio (altri crimini non gli vengono attribuiti), Bertolaso si deve dimettere. Ho provato a ricordare che a lui, oltre alla liberazione dall’immondizia a Napoli, si doveva anche la rapida ricostruzione della Cattedrale di Noto, per la quale abbiamo lavorato insieme, e tutti gli altri interventi efficienti e tempestivi, che lo hanno reso popolare. Gli italiani non sono disponibili a dare concessioni senza ragione, meriti e onori. Ho aggiunto che Bertolaso si è impegnato in Abruzzo, nei luoghi dove Berlusconi ha voluto essere presente per riparare alla diminuzione di immagine legata a questioni sessuali. Ed ecco Bertolaso, schiacciato sotto gli stessi argomenti, morbosamente ricercati.

Così ho difeso Bertolaso. Ma non mi aspettavo si arrivasse a rimproverargli anche il look, l’atteggiamento informale; perfino la felpa della Protezione civile, esibita da Bertolaso in uno stato di perenne disponibilità all’azione improvvisa, al pronto soccorso. Dovevamo vederlo tra le rovine dell’Aquila in giacca e cravatta? Anche la felpa è una colpa nella visione di Carlo Antonelli, che non è disposto a concedere nulla a Bertolaso. Troppo furbo, troppo sveglio, troppo informale. Bertolaso recita la parte di Bertolaso. E questo non va bene. Si deve dimettere. Chiunque può fare quello che ha fatto lui. Difficile non controbattere mentre Lidia Ravera, non accorgendosi della contraddizione, evoca la meritocrazia. In studio c’è Terry De Nicolò, che da Berlusconi non ha ottenuto nulla, se non sputtanamento, travolta dal fango dei giornali; e c’è la Serracchiani che, senza approfittare delle sue grazie, è arrivata al Parlamento europeo, immagino per il suo merito. Esattamente come Bertolaso.

Ma la Serracchiani non ha la felpa e non è disposta a concedere niente a Bertolaso. Nessun merito distinto. È semplicemente un disonesto. Io invece continuo a considerarlo un eroe e non ne vedo limitata l’impresa da massaggi più o meno erotici. E Silvia Truzzi, sul Fatto Quotidiano, nel tentare di smontarlo, ricorre al vocabolario, al Devoto-Oli, alla voce «eroe»: «Persona che per doti di virtù, coraggio o abnegazione, si impone all’ammirazione di tutti». La ringrazio. Mi pare una buona definizione di Bertolaso. Massaggio più, massaggio meno.