La sinistra è in crisi d’identità

Egidio Sterpa

C’è una domanda che riguarda la sinistra e che proveremo a porre noi. Se nella competizione politica italiana il problema dei problemi è di scegliere tra destra e sinistra - espressioni che nonostante tutto hanno ancora una validità di riferimento - perché mai la sinistra rinuncia a candidarsi direttamente, con uomini suoi e senza infingimenti, alla direzione politica del Paese?
Non si capisce perché una sinistra che ha una sua storia, sue tradizioni, una visione del mondo, cultura e weltanschauung appunto, opinabili non consistenti, ricorra a uomini non suoi (Prodi in questo caso) e addirittura giunta fino a ipotizzare di autosciogliersi e incorporarsi in un nuovo partito, quello «democratico» come ora si propone.
Che questa proposta l’accettino alcune frange del centrosinistra, soprattutto quelle che non hanno né storia né cultura genuine e quindi sono alla ricerca di punti di forza, è comprensibile. Comprensibile pure è che piaccia a Prodi, che deve affermare a tutti i costi una sua leadership. Ma i Ds, che hanno alle spalle la storia del Pci (sia pure gravata da tante ombre, e però una storia che grande lo è certamente), come fanno a gettare alle ortiche tutto il passato e la loro cultura?
Non ha torto Bertinotti - uomo intelligente, anche se con idee e visione del mondo discutibili - a dire che così si sta indebolendo la sinistra. In questo modo, aggiunge, la sinistra italiana finirebbe col costituire una anomalia in Europa. È vero, su quale cultura politica poggerebbe un partito proveniente in gran parte dalla sinistra comunista?
Si pensa evidentemente ai democratici americani. Ma anche qui Bertinotti, con logica ferrea, denuncia come «singolare asimmetria» (sono sue parole) l’accostamento tra i termini kennediano e socialista. Una cosa è - dice - la tradizione socialista, altro il kennedismo, che «è stato uno scampolo dentro la vita del partito democratico, non in grado di fondare una cultura politica». Ineccepibile dal punto di vista culturale e politico.
Insomma, a noi può interessare fino ad un certo punto la fine che potrebbe fare la storia della sinistra italiana, ma come non considerare consistenti le argomentazioni di Bertinotti? Che forse sono anche di Cossutta, segnalatosi sempre come vigilante dell’ortodossia comunista. Su posizioni simili sono, a quanto pare, Mussi e Salvi e altri ancora.
Non c’è dubbio, il problema è di grande peso, tanto da fare scendere in campo, con accenti e motivi diversi, uomini come Napolitano, Macaluso, Caldarola per citarne solo tre. Nel dibattito si è impegnato il direttore del Riformista Antonio Polito, giornalista di talento, che ha vissuto anni a Londra e dunque ha una visione un po’ anglosassone della sinistra.
La preoccupazione di tutti è che l’eventuale partito democratico stemperi e sfarini, se non addirittura azzeri, la cultura della sinistra tradizionale. Polito, però, non la pensa così: se si sono definiti Ds, cioè democratici di sinistra, dice, ebbene «rompano gli indugi», portino fino in fondo la scelta.
Ma torniamo alla domanda iniziale: la sinistra vuole essere ancora sinistra secondo il significato che le hanno dato la storia e la ideologia? O vuole annullarsi, mascherandosi, per esempio, con la faccia di Prodi, che viene presa a prestito per conquistare consensi in zone sociali e culturali che di sinistra non sono e che anzi hanno in sospetto le intenzioni della sinistra?
È molto diffuso oggi il parere del sociologo inglese Anthony Giddens, teorico della «terza via» come incontro tra capitalismo liberale e socialismo: «Se resti nell’ambito della sinistra tradizionale - dice Giddens - forse conservi il tuo orgoglio, ma non hai nessuna chance».
Ecco dove sta il problema, che è cruccio e insieme illusione, della sinistra italiana di questi anni di transizione. Di Fassino, per esempio, non si può dire che sia organico e genuino erede della vecchia sinistra comunista. Nel suo libro Per Passione egli sottolinea una certa distanza del massimalismo marxiano. Meno distante sicuramente è D’Alema, figlio vero del Pci (fanciullo, inaugurava un congresso sotto gli occhi di Togliatti), anche se pure lui nel suo libro Oltre la paura tiene a marcarsi come riformista. Ma accetterebbe la scomparsa del partito Ds e la militanza passiva in una formazione chiamata solo «partito democratico», dove il trainer sia tutt’altro che ex comunista o socialista?
Insomma, la sinistra si dibatte ormai tra la pratica di nuova doppiezza e la rinuncia totale ad una sua autentica politica. Sta qui il busillis, che coinvolge tutti. Quanto ci vorrà per vederne la soluzione?