La sinistra dà la caccia a Bondi ma i pm indagano su nove tecnici

di Alessandro Gnocchi

La vicenda di Pompei, dal crollo delle case dei Gladiatori e del Moralista in novembre fino ai nove avvisi di garanzia per disastro colposo spiccati ieri dalla procura di Torre Annunziata, è davvero la carta d’identità di questa nazione. Ma per i motivi opposti a quelli tirati in ballo dai detrattori dell’attuale ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, sinistra, Idv e Polo della nazione in capo a tutti.
Gli avvisi di garanzia sarebbero destinati all’ex soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, responsabile del sito dal 1993 al 2009, al direttore degli scavi Antonio Varone e ad altri responsabili dei lavori eseguiti - nella gestione precedente al commissariamento voluto da Bondi - per la manutenzione del tetto della Schola Armaturarum (a quanto si apprende ci sarebbero Paola Rispoli, architetto restauratore della soprintendenza; Aldo Borriello, tecnico; Valerio Papaccio architetto capo dell’ufficio tecnico; Maria Grazia Del Greco, ex funzionario e Anna Maria Caccavo, rappresentante della ditta che ha fatto i lavori). Gli avvisi sarebbero un atto dovuto in quanto il 20 dicembre il procuratore Diego Marmo avrebbe fissato l’incidente probatorio nel corso del quale sarà affidata la perizia che dovrà stabilire le cause dei crolli.
Quando, dopo decenni di incuria strafottente, è arrivato l’inevitabile semi-disastro, con relativi danni d’immagine all’estero è scattata la ricerca del capro espiatorio, subito identificato in Bondi. Chiunque sia stato a visitare gli scavi sa benissimo quale triste eredità si sia trovato tra le mani l’attuale ministro. Eredità aggravata dalla mancanza di denaro causa crisi economica. Anche i giornalisti oggi scandalizzati dallo stato pietoso di Pompei potevano facilmente venire a conoscenza della situazione. Macché, quando Bondi commissariò Pompei a sinistra tutti quanti scrissero che sbagliava perché gli scavi erano stati lasciati in florido stato da Rutelli. L’Unità, in un accesso di comicità, riuscì a «dimostrarlo» portando come testimonianza irrefutabile l’avvistamento tra i ruderi di un nido d’upupa, uccello che a detta dell’ornitologa interpellata amava gli ambienti ordinati e puliti. Per farsi un’idea realistica di come stavano le cose, bastava andare a Pompei senza sventolare il tesserino dell’ordine all’ingresso e sottoporsi alla normale trafila del turista. Niente coda, la biglietteria a volte era deserta anche nei giorni di vacanza. Informazioni poco comprensibili nelle viuzze. Personale quasi sempre introvabile. Percorsi didattici che finivano davanti a una porta chiusa con scorno di bambini e genitori. Superficie aperta al pubblico in teoria raddoppiata rispetto al passato ma con molti monumenti chiusi (tranne per chi allungava una mancia, come documentarono le telecamere di Exit di La7 regnante Romano Prodi). Flash scatenati nei luoghi in cui sarebbero proibiti. Una lattina di Coca-cola e un orrido panino al prosciutto (fosforescente) al modico prezzo di otto euro. Carenza di servizi igienici. Bookstore sprovvisti di libri su qualsiasi argomento e in particolare su Pompei. E tutto ciò a fronte di fondi destinati agli scavi mai (ripeto: mai) utilizzati e quindi reimpiegati per altre iniziative.
Accreditare oggi l’incuria a Bondi è un capolavoro di ipocrisia. Le notizie sull’inchiesta sono giunte proprio nella giornata in cui si è discusso del rinvio post-natalizio del voto di sfiducia sul ministro, calendarizzato alla Camera il 22 dicembre. Una mozione a questo punto del tutto pretestuosa. Per molti motivi. Perché il governo nella sua interezza è uscito vincitore dallo scontro parlamentare di martedì; perché, come abbiamo detto, mettere in conto a Bondi gli errori del passato è ridicolo; perché il tribunale di Torre Annunziata pare confermare che le responsabilità vanno cercate altrove. Il titolare del dicastero ha scritto una lettera aperta (pubblicata sul Foglio di ieri) a Bersani, Veltroni e Fassino invitandoli alla serietà: i fatti non giustificano una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti. Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, ha però fatto sapere di non avere alcuna intenzione di ritirare la mozione. Le responsabilità politiche, aggiungono altri deputati democratici, «sono evidenti e riguardano anche il ministro» (Non riguarderanno allora anche i ministri della cultura dei governi ulivisti? O le rovine sono andate in rovina all’improvviso, non appena hanno saputo che al Collegio Romano arrivava il centrodestra?). Fabio Granata, tra i finiani, dopo aver definito «patetico» l’appello, ha proposto di «sfiduciare Bondi due volte, sia per la manifesta incapacità politica e culturale, sia per la faccia tosta e la mancanza di dignità».
Il ministro dunque sarebbe incompatibile con la carica che occupa. Un’accusa che qualcuno potrebbe facilmente rivolgere anche al capo di Granata, il presidente della Camera e leader di partito in servizio permanente Gianfranco Fini.