La sinistra divisa passa all’attacco: «Chiesa razzista»

Il no del Vaticano ai Dico imbarazza la Margherita, che chiede più autonomia. Grillini parla di «ossessione contro i gay», il Pdci Sgobio insiste: «Inaccettabile ingerenza»

da Roma

«Non possumus». I cristiani laici del centrosinistra si appropriano della formula usata dai vescovi per rivendicare il diritto della politica a mantenersi autonoma dalle indicazioni della Chiesa. Ma se il «non possumus» della Cei esprime la volontà di non rinunciare ai propri princìpi, quello dell’ala cristiano sociale della Margherita rischia di somigliare invece ad una dichiarazione d’impotenza, l’impossibilità di mantenersi fedeli a tali principi una volta scesi nell’agone politico. Non soltanto rispetto all’esortazione del Vaticano ma anche rispetto all’appello laico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che aveva sollecitato il governo alla ricerca di una sintesi per il disegno di legge sulle convivenze «tenendo conto delle preoccupazioni espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa». Appello caduto nel vuoto.
«Non possumus» dichiara Pierluigi Mantini dell’Ulivo, uno dei 60 parlamentari cristiani firmatari della mozione di sostegno del ddl governativo sulle coppie di fatto «ispirata» dal presidente del Senato, Franco Marini e dal capogruppo dell’Ulivo alla Camera, Dario Franceschini. Documento che chiedeva alla Chiesa di non fare «pressioni sul legislatore» in nome della «laicità delle istituzioni. Mantini ribadisce che «la fedeltà all’insegnamento di Cristo e alla dottrina della Chiesa nel campo religioso non può coincidere con la fedeltà alle indicazioni politiche della Chiesa nelle scelte legislative». E Mantini spiega che i cristiani laici rispondono «non possumus ad ogni esplicito condizionamento del voto sulle coppie di fatto».
Ma la coalizione del «cattolico adulto» Romano Prodi non è omogenea e dunque non ha una linea comune neppure rispetto a quel deve essere l’eventuale risposta da dare alla Chiesa. C’è chi pensa che non ci siano affatto risposte da dare e chi invece cerca di far digerire i Dico pure alla Cei. Come un altro esponente della Margherita, Franco Monaco. I Dico, osserva Monaco rivolto alle «gerarchie ecclesiastiche» contemplano «diritti ma anche doveri, rappresentano una garanzia per il convivente più debole, di norma la donna, e infine non sono un’alternativa al matrimonio tradizionale, ma a convivenze di fatto meno stabili e meno impegnative». Quindi Monaco invita il Vaticano a «riflettere su questi tre elementi».
Atteggiamento molto lontano da quello ad esempio del capogruppo del Pdci a Montecitorio, Pino Sgobio, che parla di «una controffensiva mai vista da parte della Chiesa, un’ingerenza chiaramente politica e sinceramente inaccettabile». Posizione non dissimile da quella del capogruppo dell’Ulivo a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro, che vede «nell’atteggiamento delle gerarchie della Chiesa la rivelazione di una vera e propria strategia politica. È ormai evidente che si sono messi a giocare in proprio una partita politica». Il non possumus della Cei, aggiunge la Finocchiaro, è «un messaggio con un preciso indirizzo politico» e anche se «Ruini non è diventato il capo di una coalizione, non può non rendersi conto dell’impatto politico che hanno le sue parole». Il diessino Franco Grillini invoca «una riscossa laica e liberale» e lancia un attacco durissimo alla Chiesa sostenendo che «l’ossessione antigay ed omofobica della gerarchia vaticana rasenta il vero e proprio razzismo».
Laicità ed autonomia del Parlamento vengono rivendicate con forza da Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel Pugno a Montecitorio. «Trasformare il peccato in reato è un principio illiberale - dice Villetti - il ddl approvato è appena un inizio ma comunque ha rotto un tabù importante e per questo va difeso». Villetti si chiede «perché il Papa intervenga con grande forza in Italia e non lo faccia con la stessa intensità neppure rispetto alla Germania che è il suo Paese natale», osservando che se il Papa scende «sul piano della politica» non può pretendere «di essere escluso dalle polemiche».