La sinistra e la furia del «no»

Arturo Gismondi

Mario Cervi parla di «ministri dalla testa calda» nel governo Prodi e non si potrebbe dire meglio. La situazione è spiegata dalla lettura delle intenzioni dei titolari dei dicasteri, quelli classici e quelli frutto di «spacchettamenti» che hanno accresciuto il numero dei beneficiati ma anche quello dei litigi sulle competenze. Sentite le intenzioni dei nuovi governanti, comunque, il programma di questo governo appare come una sorta di tabula rasa, destinata a portare il Paese indietro, e su ogni argomento. È tutto un no: al Ponte sullo Stretto, alla Tav, e a qualsiasi opera di qualche respiro. Ma il no viene ripetuto per la riforma pensionistica, la legge Biagi, la riforma Moratti, per la Fini-Bossi. Un no anche ai centri di raccolta per i clandestini: che sbarchino, si diffondano sul territorio, buoni e cattivi, da noi c'è posto per tutti.
L'opera dovrebbe essere completata dal «no» al referendum sulle riforme istituzionali annunciato da Prodi. Il referendum del 25-26 giugno, però, può essere un ostacolo dinanzi a questa furia del «no», e può costituire, per la Casa delle Libertà, una conferma positiva del voto del 9-10 aprile, e un colpo d'arresto all'opera di restaurazione e di occupazione alla quale abbiamo assistito dopo di allora. A prima vista, l'Unione ha il compito più facile: il «no» è una indicazione semplice, si chiede ai cittadini un voto «in difesa della Costituzione» con tutto quel che l'espressione suggerisce al «popolo di sinistra» e che le celebrazioni del 25 aprile e del 1° maggio hanno portato alla luce.
La scelta del «no», tuttavia, inserisce una contraddizione in uno schieramento, quello dell'Unione, che in una sua parte non nega la necessità di riforme costituzionali. Prodi afferma che liberato il campo della «riforma della destra» ci sarà tutto il tempo per riprendere il discorso. Questo però significa, in concreto, che si ricomincia dal nulla. Per la Storia, il primo tentativo di varare una riforma risale al 1981, con la Commissione presieduta dal liberale Bossi. Seguirono le Commissioni De Mita, Jotti, e la «bicamerale» di D'Alema, una decina di anni fa.
Nella cultura più avvertita, il pericolo di un balzo all'indietro è evidente. E la cosa traspare da certi convegni, riviste, da certi articoli sui giornali. Capita di leggere se conviene alla stessa sinistra tornare indietro sui poteri del premier, o sulla riforma del bicameralismo che snellirebbe il processo di approvazione delle leggi, oggi soggetto a ritardi insopportabili. Senza contare il rischio di un ritorno al Titolo V della Costituzione riformato dal centrosinistra, fonte di vertenze innumerevoli fra Stato e Regioni.
Su questi temi il centrodestra, al quale si deve l'unica riforma approvata, ha buonissimi argomenti da far valere. La campagna elettorale è anche una occasione per confrontare le sue proposte positive col nullismo, col nichilismo intellettuale della sinistra. Il «no» indifferenziato annunciato da Prodi è una sconfitta dei «riformisti» dell'Unione ai quali toccherà, al solito, accodarsi alle posizioni della sinistra più radicale.
Il centrodestra incontrerà certo delle difficoltà. Non è facile tornare a mobilitare il suo elettorato per la seconda volta in poche settimane: per le «amministrative» del 28 maggio, con seguito di ballottaggi, e subito dopo per il referendum. Si chiede a Berlusconi, e agli alleati, la ripetizione di un miracolo, quello del voto di aprile. Un miracolo tutto politico, ancora una volta. Il clima, per la Cdl, ha però qualche aspetto positivo. Molti elettori del centrodestra sono stati messi in allarme dalla occupazione delle cariche istituzionali da parte della sinistra, ma anche dalla aggressività esibita dagli estremisti in tema di politica estera, di fiscalità, in tutto. E non è certo piaciuto il clima degenerato nel quale è avvenuta la moltiplicazione e la spartizione di ministri e sottosegretari. E non ci vuol molto a capire i danni degli «spacchettamenti» dei vari ministeri, e la confusione di funzioni e di attribuzioni che renderà più difficile la vita dello Stato.
In ogni caso, al di là delle difficoltà, e delle opportunità, ci sono ragioni che rendono inevitabile per il centrodestra di affrontare la sfida. La posta è la possibile sopravvivenza della Casa delle Libertà, che potrebbe saltare sulla difficile cerniera che ha regolato fin qui i rapporti col partito di Bossi. Opportunità e rischi consigliano comunque di affrontare a viso aperto un appuntamento che potrebbe risultare decisivo. Ma sono le opportunità a consigliare di prendere sul serio l'occasione del referendum di fine giugno.
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