Sinistra e giudici, leggende sfiorite

Salvatore Scarpino

Non è edificante seguire, dichiarazione dopo dichiarazione, veleno dopo veleno, la polemica che cresce rombando fra le Procure di Roma e di Perugia. Bancopoli, con annessi e connessi, lambisce il piano alto, anzi nobile, delle toghe e ha costretto il pm romano Achille Toro a lasciare il coordinamento sulle inchieste Unipol, Bnl, Rcs. Il telefono, la tua croce. Le solite intercettazioni dimostrerebbero che Toro avrebbe passato informazioni al giudice Francesco Castellano, a sua volta in contatto con Consorte. Una «triangolazione informativa»” su un elemento delicato (l’esposto dei concorrenti spagnoli di Unipol nella scalata alla Bnl), che si sarebbe dovuto circondare di rigoroso riserbo. I magistrati di Perugia indagano sia Toro sia Castellano e per questo incorrono nelle ire dei colleghi del pm romano, che eccedono – pare - in solidarietà rumorose con l’indagato. Come se a Perugia avessero agito con colpevole leggerezza, quasi inseguendo un «teorema». Gli inquirenti perugini non ci stanno e spiegano che non hanno alcun «obiettivo predeterminato». Esercitano l’azione penale, quella che dovrebbe essere obbligatoria; la materia prima dell’inchiesta è in tabulis, come dicono i giuristi, anzi nei tabulati, è la trascrizione di quella certa conversazione. A rinforzo dei diretti interessati alla polemica si muovono alcune correnti in cui si dividono i nostri magistrati; c’è la formazione che difende i propri iscritti, quella che si erge a patrona dei perugini. Ci sono innegabili venature politiche e la patata bollente dovrà pelarla il Consiglio superiore della magistratura, che di solito non impensierisce per il rigore e la durezza dei suoi verdetti. Ma questa volta sarà difficile curare la ferita certa e grave con creme emollienti a base di elusivi silenzi. Questa volta le accuse implicite di «delegittimazione» se le scambiano i magistrati.
Quel che accade nella magistratura è un riflesso speculare di quel che succede nella sinistra e nel centrosinistra. Un confronto aspro, durissimo. Le proteste per la pubblicazione dei verbali d’intercettazione sono un flebile sussurro rispetto alle grida suscitate dai contenuti, da quel che si sono detti Fassino e Consorte. Non diamo giudizi, non ci compete, ma i compagni della base oltre a dirigenti di lungo corso la loro condanna, politica e non solo, l’hanno emessa e continuano ad emetterla: dai comici ai girotondisti, dalla sinistra interna della Quercia alla sinistra radicale e antagonista. L’integrità personale di Fassino non la mette in discussione nessuno, a patto che il segretario si levi di torno. Affiorano vecchie ruggini, antiche faide sepolte ma non dimenticate; Occhetto si toglie i sassolini dalle scarpe, Prodi compone il suo compitino di Natale sulla separazione fra politica e affari, ma non si spende poi troppo per gli alleati. Qualcuno tace, molti gufano.
In questo clima di rissa continua si dissolvono due leggende che talvolta è stato pericoloso mettere in dubbio. La prima è quella della diversità morale e antropologica, e quindi della superiorità politica, della sinistra in genere, dei comunisti e dei postcomunisti in particolare. La loro interessata vicinanza politica agli affarucci delle coop e della cosiddetta finanza rossa è una verità lampante, evidente anche senza le intercettazioni. La seconda leggenda che s’inabissa nel ridicolo è quella della magistratura sempre e assolutamente imparziale, in diretto contato con le sfere celesti dalle quali discende una superiore moralità e un virginale isolamento rispetto alla politica. Bufale, bufale metropolitane. Queste due leggende sono fiorite sulle macerie di Tangentopoli e avrebbero dovuto giustificare la primazia irrituale dei due soggetti, la sinistra e l’ala marciante della magistratura, non ignote l’una all’altra. Insieme sono cresciute, insieme oggi decadono. Agli statistici e ai pignoli che si chiedevano quali affinità vi fossero fra Tangentopoli e Bancopoli si può tranquillamente rispondere: nessuna. Lo scandalo delle scalate, delle cordate, dei furbetti, dei compagni di strada e di caveau non è Tangentopoli, ne costituisce anzi il contrappasso. Almeno un inizio, qualcosa deve ancora succedere. Telefoniamoci.