La sinistra e la manovra Finge di appoggiarla per tornare alla ribalta

L’opposizione si offre di collaborare ma in realtà pone condizioni che rischiano di ritardare l’approvazione

di Si sono presi tutti una bella paura per il possibile attacco dei mercati all'Italia. I toni delle forze politiche sono cambiati. L'opposizione offre una mano al governo. La maggioranza se ne compiace. Purtroppo, non è tutto oro quello che luccica.
Per essere davvero «patriottici» - e più ancora per salvare con certezza le nostre tasche - bisognerebbe che la politica si accordasse nell'approvare in pochi giorni la manovra. Non una qualsiasi, da inventare e definire. Ma quella già approntata dal governo, la sola che sia stata meditata e abbia una sua coerenza. Massimo una settimana di lavoro per infiocchettare il pacchetto che servirà da biglietto da visita dell'economia italiana nei prossimi mesi. Se si fa, la speculazione che oggi ci terrorizza si scioglierà come neve al sole.
Non sembra però la strada che si sta imboccando. Ieri quasi tutta l'opposizione ha detto che vuole partecipare. Ma l'ha detto in modo tale da far cascare le braccia.
Il più sconcertante è stato Enrico Letta, considerato moderato e ministro dell'Economia in pectore del centrosinistra. Cito a casaccio da una sua intervista a Repubblica che dà la misura dell'incoscienza: «Il governo sembra avere finito la benzina»; «I mercati hanno capito che si tratta di una manovra da esecutivo balneare». Per balneare, vecchia espressione da Prima Repubblica, si intende governo impotente di una sola estate. Mi fermo, perché strabasta. Letta, in un momento delicatissimo, ha fatto l'opposto di quello che doveva fare da «italiano»: ha ridicolizzato il governo e la sua azione. Ha detto che è alla frutta e che i suoi provvedimenti sono pannicelli caldi. Ha fatto l'amico del giaguaro e l'occhiolino alla speculazione. Ha poi aggiunto - ma a questo punto è irrilevante - che lui e i suoi sono disponibili a lavorare in Parlamento per varare le misure necessarie, eccetera, eccetera. È la carità pelosa, che fa a pugni con l'evangelica: non sappia la destra ciò che ha fatto la sinistra.
Più caute, ma egualmente acide le aperture dei Bersani, Di Pietro, Rosy Bindi e compagnia cantante. Tutti pronti a dare una mano per prendersi il braccio. L'opposizione, per collaborare, pone condizioni, vuole cambiare la manovra, condizionare il governo e dimostrare che da solo è impotente. In altre parole, profittare dell'occasione per tornare alla ribalta e sfilare in passerella.
Non ci siamo capiti. O meglio non si è capito quale sia l'attuale bisogno del Paese. Uno solo: che ci mostriamo decisi sulla manovra. Il contrario di quello che l'opposizione minaccia di fare. A loro sembra si sia aperta una fase politica nuova. E che dunque si possa rimettere in discussione tutto il pacchetto, inserirci i pallini di Vendola, le bizze di Di Pietro, le lenzuolate di Bersani. Discussioni a non finire, maratone parlamentari, scontri furibondi.
Dio ne guardi. L'obiettivo, come già detto, è correggere il progetto nelle parti indispensabili e, soprattutto, fare presto. E ho la netta impressione che se maggioranza e opposizione si mettono a lavorare insieme, con gli odi attuali, finiranno per accapigliarsi di brutto facendo proprio la frittata che si voleva evitare: dare al mondo l'idea di un Paese litigioso e alla frutta. Molto meglio dunque che il centrodestra faccia da sé. Cambi ciò che deve, inghiotta rospi se serve e blindi i conti in fretta.
Nelle ultime ore, d'altronde, il governo ha avuto l'aiuto che nessun Bersani potrà mai dargli: il sì della Germania. «La manovra è molto convincente», ha detto seccamente Wolfgang Schaeuble, il ministro dell'Economia e omologo di Tremonti cui la lode era diretta. Non serve altro.
O forse una cosa. Ieri, giornata calda, il premier è scomparso fino a sera. Riappaia e scenda in trincea. Per fare capire che il Paese c'è, in prima fila ci deve stare lui.