La sinistra e il palio della cafonaggine

Lo stesso giorno in cui Michele Serra si chiedeva su Repubblica, a pagina 22, «come mai la destra sia così cafona da avere quasi assunto il monopolio politico della cafonaggine», Curzio Maltese a pagina 23 dava un esempio di bon ton all’opposizione, «costretta a inseguire le folli recriminazioni del suo capo che ha settant’anni e non può aspettare il prossimo turno, quindi si gioca il tutto per tutto ogni giorno». Ora, a parte che l’estote parati vale anche per Maltese (qualcuno lo avverta), e che il capo dell’opposizione di anni ne ha 69, e che sarebbe ingeneroso ricordare come il neopresidente della Repubblica ne compia 81 fra meno di un mese, se proprio volessimo stare su questo detestabile tema – l’età avanzata – all’autore dell’epinicio «nel giorno del sì a Prodi» si dovrebbe far notare che il nuovo governo ha riscosso la fiducia solo grazie al voto determinante di sette senatori a vita la cui età media è di 86 anni, capitanati da un’arzilla scienziata che va per i 98.
Comunque il punto in discussione resta quello ben evidenziato da Serra: il monopolio della cafonaggine. Certo non ascrivibile, secondo il patrimonio valoriale dell’ex correttore di bozze dell’Unità, a quei milord della stoffa di Fabrizio Morri, capo della segreteria del leader ds Piero Fassino, che lo scorso 24 gennaio definì il Tg1 «un telegiornale di merda». Destino ha voluto che, sempre nel giorno della lezione impartita dal duo Serra-Maltese, la leader dei Repubblicani europei, Luciana Sbarbati, parlasse così di Romano Prodi sul Corriere della Sera: «Pensavo fosse un amico, invece ci ha tradito. (...) Non ha avuto nemmeno il coraggio di guardarmi negli occhi e dirmi: Luciana, sono tra due fuochi, devo escludervi. No, ha fatto finta di niente, si è nascosto, si è negato persino al telefono. Mandava avanti Ricky Levi. Insomma, non ha salvato neppure la buona educazione, tra noi. (...) Ha detto qualche parola, ma poi ci ha mollati. Per farmi ricevere da lui, dieci giorni fa, ho dovuto mandargli un telegramma».
Ecco, c’è una bella personcina di Bologna che fino a ieri teneva accanto a sé sul palco nelle piazze d’Italia questa alleata, che ha incassato i suoi voti per essere eletto e che ora non si fa raggiungere manco per telefono: solo tramite postino. E c’è una signora di buone maniere che preannuncia: «Aspetto solo di incontrarlo, Romano. Potete immaginare cosa succederà: la mia voce è bella tonante». In attesa dell’emozionante match fra le due lavandaie, perché per il futuro Serra non distribuisce con più parsimonia il suo disprezzo? Pare che i bisognosi siano parecchi.
SENATORE A VITA INTERROTTA. Sommerso di fischi per aver votato la fiducia al governo Prodi, il senatore a vita Giulio Andreotti ha giustificato così la sua scelta: «Io sono uno contrario all’aborto, e dunque pure all’aborto dei governi. E visto che quello guidato da Romano Prodi ormai c’è... Tanto valeva votarlo». L’anno scorso ebbi modo di rammentare all’illustre politico, intervistandolo in un pubblico dibattito, che la legge 194 sull’aborto è l’unica al mondo, come si evince dalla Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, a recare in calce la firma di cinque politici cristiani, o almeno democristiani: il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e i ministri Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino, Filippo Maria Pandolfi. Quattro giorni dopo fu promulgata da un capo dello Stato anch’egli dc, Giovanni Leone. Quando nell’aprile 1990 re Baldovino si vide sottoporre la norma votata dal Parlamento che istituiva in Belgio l’aborto legale, pur di non apporvi la propria firma chiese al governo d’essere sospeso per due giorni dalle proprie funzioni, mediante l’applicazione di un precetto costituzionale che prevede l’impossibilità per il sovrano di regnare «quando sia matto, malato o prigioniero».
Domandai ad Andreotti: se potesse tornare indietro, rimetterebbe la sua firma sotto quella legge o preferirebbe passare per matto? La risposta fu: «La ringrazio d’avermi posto questo problema, che è uno dei crucci della mia vita. Erano le settimane del rapimento di Aldo Moro. Se io o il presidente della Repubblica non avessimo firmato, certamente avremmo avuto una crisi al buio. Mi rimane un profondo rammarico per aver apposto la mia firma a una legge che consente l’assassinio delle creature». Prendo atto che il senatore a vita Andreotti non cambia mai: vota a favore anche quando è contro.
SUTOR DEI MIEI STIVALI. Il vaticanista della Stampa intervista il vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, e gli fa dire: «Sator, ne ultra crepidam... Calzolaio, non oltre la scarpa». Dovendo escludere che sua eccellenza non conosca il latino, giornalista non oltre la suola?
REPUBBLICA DELLE BANANE. Da Salute, il supplemento di medicina allegato a Repubblica, traggo questa impressionante notizia: «Molti non lo sanno, ma i regolamenti prevedono anche la lunghezza massima delle banane. Nel ’94 fu stabilito che non doveva essere inferiore ai 14 centimetri, a meno che non provenissero da Madera, Azzorre, Algarve, Creta e Laconia (perché qui le banane non crescono più di tanto). Ora un nuovo regolamento ha stabilito che anche le banane che provengono da Cipro possono essere più corte. Comunque la lunghezza del frutto viene misurata con un metro da sarto». L’andrologo che cosa consiglia? Il goniometro?
CONOSCERE I PROPRI POLLI. Lo sapevate che è nata la Federazione lavoratori della conoscenza? No? Si vede che le vostre conoscenze sono assai limitate. Il sindacato di settore del personale della scuola adesso è stato ribattezzato così dalla Cgil. Quella che, se la conosci, la eviti.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it