Sinistra e Terzo polo restano aggrappati a Colle e malpancisti

La speranza di Bersani è che l’esecutivo cada sul Rendiconto Governo tecnico, Monti piace al Pd: "Ma servono numeri ampi"

Roma - Sulla carta, la maggioranza alla Camera non c’è più, e le opposizioni ricominciano a sperare che sia alle porte il 25 luglio di Berlusconi. Con molta cautela, però: le voci di abbandoni del Pdl si susseguono, anche se a ieri sera solo in due avevano ufficializzato il passaggio da maggioranza a opposizione, e l’ex ministro Paolo Gentiloni avverte con un parallelo ironico: «Attenti, perché l’andamento dei dissidenti è legato a quello spread: più quello si alza e più aumentano i frondisti, ma se lo spread torna giù ritornano acquattati pure loro».
«Il 14 dicembre scorso ci avevo creduto, e si è visto com’è finita. Ora, prima di dire che è la volta buona, voglio vedere i fatti: quanti gli votano veramente contro», dice il vice capogruppo Pd a Montecitorio, Michele Ventura. Che però, chiacchierando nelle pause dei lavori parlamentari con un gruppo di colleghi, sottolinea che «ora c’è una differenza rispetto a dicembre, che è l’atteggiamento del Quirinale».
Il comunicato del Colle di ieri, con quell’accenno ai «prossimi sviluppi dell’attività parlamentare», che «mi consentiranno di valutare concretamente la effettiva evoluzione del quadro politico», veniva interpretato da tutti, nelle file della minoranza, come una sorta di «tana liberi tutti», che lascia Berlusconi da solo di fronte ai propri numeri. Tanto più che c’è quell’accenno, nelle righe inviate dal Colle, ad un governo che continua a dirsi in grado di portare avanti gli impegni sottoscritti con l’Europa e anche «i doverosi adempimenti di bilancio», e che dunque è chiamato a dimostrarlo. E il primo, «doveroso» adempimento è l’approvazione di quel rendiconto generale dello Stato su cui l’esecutivo è già andato sotto l’11 ottobre scorso, e che tornerà alla Camera martedì prossimo.
Nessuno lo dice esplicitamente, anzi dal Terzo Polo si nega e si assicura di non aver ancora neppure deciso di votare contro il rendiconto, alla cui approvazione il capo dello Stato tiene; d’altronde Casini ancora mercoledì, prima di andare da Napolitano, chiedeva ai suoi: «Ma come facciamo a spiegare che se Berlusconi ci porta in Parlamento le misure chieste dall’Europa noi non le votiamo, senza passare da irresponsabili?». Ma in realtà è il rendiconto la scadenza su cui si sta puntando. «Napolitano insiste sulla necessità di approvarlo, ma sa bene che così carica di significato politico il voto di martedì», spiega uno degli strateghi parlamentari del Pd. «È chiaro a tutti che una seconda bocciatura equivarrebbe ormai ad un voto di sfiducia, e trarne le conseguenze sarebbe inevitabile anche per il Quirinale». Per questo da ieri è partito un intensissimo lavorio da parte di Casini, di Franceschini, di Enrico Letta e di altri dirigenti di opposizione per inseguire e convincere i dubbiosi della maggioranza (placcati sull’altro fronte da Denis Verdini) a votare contro il governo o non votare proprio. «Con questi numeri basta che vadano a fare pipì in cinque al momento giusto, e il governo va sotto», sintetizza il Pd Roberto Giachetti. «È l’ora dei democristiani, lasciateli lavorare», rispondeva ieri ai compagni di partito che gli chiedevano lumi sui movimenti nella maggioranza l’ex Ppi franceschiniano Antonello Giacomelli. A quanto pare hanno lavorato bene, se è vero che ieri sera Casini assicurava ai suoi che sarebbero diciotto i deputati della maggioranza pronti a votare contro Berlusconi alla prima occasione. Informazione inviata anche sul Colle più alto. Resta da capire il dopo: ai transfughi bisogna «assicurare una prospettiva», si spiega, aggiungendo che peraltro «per molti di loro già finire la legislatura sarebbe sufficiente». L’obiettivo resta quello di un governo tecnico fino al 2013: «Ma Monti vuole la certezza di una maggioranza amplissima, e quella la può assicurare solo l’effetto valanga nel Pdl una volta caduto Berlusconi», ragiona il senatore Pd Morri. A quel punto, dicono in molti nel Pd, «anche Bersani dovrebbe per forza starci, per quanto a lui e ai suoi, che non vedono l’ora di farsi candidare, piacciano di più le elezioni subito».