La sinistra e le tv del Cavaliere: vent’anni tra lusinghe e minacce

Nel ’95 il pasdaran Vita guida l’assalto con il referendum, Veltroni tratta

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Sono più di vent’anni che la sinistra guarda le televisioni di Berlusconi e non ha ancora deciso come trattarle. Le copia, le rivaluta, prova a chiuderle o ad accettarne l’esistenza. Le considera alternativamente un cancro culturale e una risorsa nazionale. Tanto da procurare dubbi anche nella controparte. Solo quattro giorni fa Fedele Confalonieri esprimeva da un lato «preoccupazione per il fondo di negatività di una parte del centrosinistra verso la nostra impresa», dall’altro la convinzione che «un governo di sinistra non possa che sostenere Mediaset nell’interesse degli italiani».
Dipende da quale anima prevale nella sinistra. Quella che «Boicotta il Biscione», dalle campagne con t-shirt e «scioperi del video» all’ostracismo di Prodi e alla «fuga da Matrix» di Fassino e Rutelli nell’ultima campagna elettorale. Oppure quella incline alla distensione, che si manifestò il 4 aprile 1996 quando Massimo D’Alema varcò l’ingresso di Cologno Monzese. Una visita storica, voluta e annunciata due settimane prima dallo stesso leader del Pds in un’intervista all’Unità: «Mediaset è un patrimonio per l’Italia, un’impresa strategica».
Quel giorno, intrattenendosi più di due ore nello studio di Stranamore tra foto di gruppo, battute con il Gabibbo e strette di mano ai direttori Fede e Liguori, D’Alema lanciò il grande disgelo: «Noi non facciamo la guerra alle aziende... non dovete aver timore: se vinciamo non ci sarà nessun day after».
Ma D’Alema non si fermò al riconoscimento di Mediaset («È una ricchezza del Paese») che peraltro la sinistra più intransigente non gli ha mai perdonato, considerandolo l’atto costitutivo dell’inciucio della Bicamerale. In un colpo solo, il teorico del «Paese normale» riabilitò la televisione commerciale e denunciò il complesso di superiorità della sua parte politica.
Prima chiese alla sinistra di «liberarsi di certe pulsioni culturali elitarie e snobistiche», definendo la televisione «uno strumento essenziale per fare cultura oggi». Poi con una battuta («Vede, caro Fede, mio figlio ha collegato il fatto che in tv dopo il suo volto vengono i Puffi. Per lui è ormai un’associazione di idee spontanea: guarda lei e pensa a Gargamella») rivelò che anche a casa del leader postcomunista la tv era accesa su Retequattro. Che differenza - non solo di toni - dall’altrettanto celebre «urlo» di Nanni Moretti a piazza Navona, nel febbraio 2002: «Berlusconi si compra i voti con le televisioni, Fede usa il manganello come gli squadristi anni '50 e '60».
Il ribaltone culturale di D’Alema non fu un tatticismo elettorale. Quattro mesi dopo, vinte le elezioni, il segretario del Pds ribadì il concetto alla festa dell’Unità nella «sua» Gallipoli: «Un grande partito non si dà da fare per far fallire Mediaset, credo che abbiamo fatto benissimo ad aiutarla ad andare in Borsa».
E pensare che solo un anno prima, giugno 1995, la sinistra si era mobilitata per l’assalto finale al Biscione, convocando un referendum popolare per farlo «dimagrire». A suonare la carica furono l’Arci e le Acli, i Beppe Giulietti e i Roberto Zaccaria, all’epoca giurista impegnato che girava le università italiane per spiegare l’incostituzionalità del duopolio televisivo. Il Pds aderì non senza imbarazzi, D’Alema temeva che una vittoria nelle urne avrebbe rafforzato Berlusconi, faticosamente cacciato da Palazzo Chigi con il ribaltone. E tentò fino all’ultimo di evitare il referendum, delegando a Walter Veltroni (il più «televisivo» dei post comunisti, che aveva definito Striscia la notizia «il motore di una tv intelligente e divertente») la difficile trattativa con il nemico Confalonieri. I due discussero un’ipotesi di «disarmo bilanciato», ma l’intesa fallì e la sinistra perse il referendum.
Qualche anno prima era stato lo stesso Veltroni, nella sua performance creativa più riuscita, a guidare la campagna contro gli spot tv nei film al grido «Non si spezza una storia, non s’interrompe un’emozione». Slogan riuscito ma battaglia persa, sebbene ancora nel ’95 Veltroni ripetesse: «L’interruzione di un film in tv è come l’inserzione di una pubblicità di cetrioli tra le righe di un romanzo tipo Morte a Venezia».
In quel rovente referendum del ’95, nel Pds si distinse per furore Vincenzo Vita. Diceva: «È mai possibile che tutto cambi, in Italia, con l’eccezione della Fininvest?». Responsabile del settore tv per il partito, fu protagonista anche di un’altra battaglia campale sulle telepromozioni, tanto da guadagnarsi l’appellativo di «pasdaran» e un invito (nel ruolo di agnello sacrificale) a uno speciale Maurizio Costanzo Show intitolato «Vietato vietare».
Nell’epoca del disgelo dalemiano, fu sostituito da Giovanna Melandri. Che, quando la cessione di Mediaset a Murdoch sembrava fatta, scese in campo chiedendo a Berlusconi di ripensarci: «È uno scenario che ci preoccupa. La tv è un settore strategico e Mediaset è una risorsa per il Paese».
Ma non si pensi che la pax televisiva sia invenzione dalemiana. Nel 1985, quando arrivò in Senato il controverso decreto Craxi che consentiva alla Fininvest di riprendere le trasmissioni oscurate dai pretori, il Pci ammorbidì l’opposizione ed evitò l’ostruzionismo. In cambio divenne definitivamente «editore di riferimento» di Rai3.
Ma erano altri tempi, non c’erano girotondi e nessuno gridò all’«inciucio».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it