Sinistra europea sull’orlo di una crisi di nervi

Iscriversi o non iscriversi al Partito socialista europeo? Il dilemma divide i democratici italiani e mette alla luce le contraddizioni di un’identità ancora impalpabile. Ma anche per chi nel Pse c’è già il problema è lo stesso: che fare del proprio futuro? L’elezione del segretario dei socialisti francesi, trasformatasi in una telenovela, è l’esempio estremo di una crisi generalizzata a livello continentale: sondaggi negativi, confusione strategica, incapacità di stabilire un legame forte con l’elettorato. Dopo la vittoria di Berlusconi in Italia sono tre i governi socialisti rimasti in Europa: quelli di Spagna, Portogallo e Gran Bretagna. A essi si aggiungono le due grandi coalizioni in Germania e Austria (proprio ieri a Vienna è stata annunciata la ripresa della formula dopo le recenti elezioni).
Al governo o all’opposizione, per la sinistra l’aria che tira è comunque pessima. Sulle difficoltà pesano, come ovvio, situazioni locali. Ma non mancano anche caratteristiche comuni. Una tra tutte: l’incapacità di offrire risposte convincenti alla grande trasformazione che ha coinvolto il vecchio continente e il mondo e che va sotto il nome di globalizzazione. Di fronte al capitalismo internazionalizzato e alla sua forza la sinistra non ha saputo elaborare una riflessione convincente e ha finito, quasi ovunque, per spaccarsi in due fronti: da un lato chi cerca rifugio in posizioni tradizionali (i francesi li hanno chiamati i «vecchi elefanti», che si riconoscono nella candidatura di Martine Aubry), dall’altro chi una strada nuova la cerca (anche se per il momento non sembra aver dimostrato in maniera convincente di averla trovata).
Dal problema fondamentale discendono tutti gli altri. Per esempio l’equivoco fondamentale e irrisolto del rapporto con il sindacato. Quest’ultimo non è riuscito a fare i conti con la realtà di una società post-industriale che lo ha lentamente svuotato dall’interno e ha finito per diventare alfiere quasi esclusivo degli interessi dei lavoratori del settore pubblico. Senza peraltro che la sinistra ne prendesse atto.
Nella confusione si moltiplicano gli scontri di chi vuole andare in direzioni diverse. Come la già citata querelle sull’adesione degli italiani al Pse, ma anche le polemiche nate qualche tempo fa in Francia su una boutade del giovane emergente Manuel Valls. Il braccio destro di Ségolène Royal aveva proposto di rinunciare all’aggettivo socialista nel nome del partito. Gli è bastato parlarne per essere sommerso da una valanga di critiche da parte della vecchia guardia. Così, in molti casi, partiti ormai lontani dalla loro base elettorale si sono trasformati in arene dove si sfogano le rivalità di apparato. Basta guardare a Roma o Parigi per rendersene conto.