La sinistra fa della periferia uno spot elettorale

Contatti per assicurarsi gli spazi tv e su come affrontare i dibattiti con gli ospiti

Gianandrea Zagato

Avviso dei comitati di quartiere, «la 94enne che viveva da sola nello stabile di via Panigarola 1, ha avuto l’assegnazione di un alloggio. Pertanto, questa situazione grave è superata. Chi ha suggerimenti si faccia avanti, ripeto servono suggerimenti e una regia per un “tot” di casi». Ricordandosi, naturalmente, che «più lacrimevoli sono le situazioni e più probabili sono la ripresa (delle tv, ndr) e l’ascolto».
Niente male davvero come strategia di comunicazione: sfruttare i pietosi casi umani, quelli della città che vive nelle case Aler, per tirare la volata a Bruno Ferrante. Nessuna esagerazione giornalistica ma fotografia delle realtà offerta nero su bianco dalla lettura delle mail targate «bastaesclusione». Stralci della posta elettronica che il comitato inquilini Molise-Calvairate invia a un indirizzario selezionato dove spiccano consiglieri comunali - Marco Cormio, Andrea Fanzago -, regionali - Maria Grazia Fabrizio, Luciano Muhlbauer - e sindacalisti d’area, dal Sicet all’Unione Inquilini. È anche tramite loro che si assicurano gli spazi televisivi garantendo ai colleghi giornalisti «riprese di degrado degli edifici e di gravi situazioni sociali e umane». Quelle «situazioni» indispensabili per sparare a palle incatenate sull’inefficienza del centrodestra che governa Milano.
Quadretto che vede protagonista Franca Caffa, fondatrice del comitato inquilini, ed ex consigliere comunale Prc. Non la conoscete? Be’, chiedetene conto a Roberto Zaccaria, ex presidente Rai. È a lei che Zaccaria fa la sua prima telefonata da neoparlamentare: «Perché Franca rappresenta una realtà di impegno vero in una situazione di degrado». Riconoscimento dovuto all’instancabile animatrice del comitato Molise-Calvairate, uno dei luoghi simbolo della campagna elettorale di Zaccaria. Che, quindi, si ritrova di diritto a far parte della mailing list. Destinatorio di quelle richieste di «suggerimenti» non solo per «l’organizzazione di un itinerario logico» ma pure per come affrontare i dibattiti televisivi, «in studio dovrebbero esserci i rappresentanti dei quartieri, minimo cinque persone anche per fare gruppo e sinergia dei problemi diversi ma tutti generati da Aler e Comune. Anche psicologicamente meglio essere cinque contro tre, perché sicuramente Niero (presidente Aler, ndr) si porta dietro tecnici».
Spazio dunque alla claque, obbligatoriamente organizzata. Quella che, il giorno dopo la trasmissione, permette a Ferrante di promettere ai milanesi «la copertura sociale dei quartieri ossia servizi sociali più efficienti, più lampioni e più strade pulite». Parole dell’ex prefetto col quale «abbiamo sempre avuto un rapporto soddisfacente, lui ha saputo ascoltarci» ricorda la signora Caffa dalle colonne di Liberazione. Già, come dimenticare i tavoli prefettizi sulla politica della casa e lo sviluppo dell’edilizia residenziale pubblica: temi che la compagna Franca è disposta ad affrontare passando pure attraverso le parrocchie, «d’ora in poi le includiamo nella mailing list, in modo che siano sempre informati». E, così, spunta la Caritas ambrosiana con i preti di frontiera, «non di periferia, che è un termine riduttivo» come ama dire Ferrante. Tutti chiamati a raccolta online per «organizzare un giro in quartiere per far evidenziare contraddizioni legate alle priorità di intervento accompagnato dai “ciceroni”, consiglieri regionali e/o consiglieri di zona». Tutto chiaro, quindi. Con un’aggiunta finale: ufficialmente a presentare la candidatura di Ferrante sono stati i comitati di quartiere, realtà che Aler, Comune e Regione coinvolgono nei sette «contratti di quartiere».
Sette progetti di recupero complessivo che ascoltano gli abitanti: l’unico modo per migliorare in concreto la vita nelle periferie. Partecipazione dei cittadini considerata però eccessiva dai tifosi di Ferrante: «Solo il nostro coordinamento è lo strumento di direzione di tutta l’azione politica sui quartieri e sui contratti». Dimostrazione che non servono casseur o vandali ribelli per infiammare le periferie milanesi. Basta solo avere una casella di posta elettronica.