La sinistra grafomane: scrive manifesti ma non fa

Per dirsi tutto, hanno scelto il sistema più innocuo ma visibile: la tecnica del manifesto. Ormai il centrosinistra ne ha vergati almeno quattro in un anno e mezzo di attività letteraria: un documento ogni tre mesi. Questa estate è toccato al «manifesto dei coraggiosi», com’è già stato ribattezzato il fresco testo col quale Francesco Rutelli punta il ditino contro la sinistra massimalista; non escludendo maggioranze «di nuovo conio» per superare i diktat dell’anacronismo radical-comunista al governo. Un testo appena reso noto, seguendo forse la convinzione che, quando la politica è in difficoltà, c’è un rimedio infallibile per uscirne, quello di buttarla in scrittura.
Anche la «collezione primavera» aveva visto la sfilata di vip al Lingotto di Torino, per assistere al «manifesto di Veltroni», come fu denominato il verboso comizio dell’«adesso ci penso io», alias sindaco di Roma. Un fiume di parole in piena per reclamare (soltanto reclamare) l’esatto contrario del populismo di sinistra nel quale l’esecutivo si è adagiato da tempo, come una barca ormeggiata dalle parti di Capri: cullarsi nel nulla, senza rischiare di andare da qualche parte.
Pure l’inverno aveva conosciuto non un manifestone - stile il Veltroni fluviale -, ma un più modesto manifestino: i celebri dodici punti con cui lo spazientito Romano Prodi avvertiva dei suoi propositi i bizzosi alleati. Un dodecalogo che si concludeva col «qui decido io» in caso di dubbio. Da allora decisioni zero. Ma anche Prodi, come il successivo ma non successore Rutelli, è stato «coraggiosissimo».
D’altronde, i tre manifesti ammonitori sono figli ribelli della madre di tutti i racconti, quel romanzesco «Per il bene dell’Italia» che in 281 pagine illustrava il nuovo Paese che avremmo presto scoperto. Era il manifesto della paciosa rivoluzione prodiana, o del «Paese normale» evocato per anni da Massimo D’Alema e finalmente alla portata dei più. Un Paese in cui perfino le riforme si sarebbero «fatte insieme». A conti fatti l’ignaro ma non ingenuo cittadino potrebbe ora domandarsi: ma perché si scrivono le letterine-manifesto, anziché realizzare, governando, le meraviglie declamate?
Almeno una volta, nella vetusta e non rimpianta Prima Repubblica, la parte illeggibile dei documenti di partito e delle alleanze era costituita dai «preamboli», che però ne rappresentavano anche la più importante. Tra le righe delle lunghe premesse si capiva come sarebbero andati a finire i sogni di governo. Certo, pure quelli là non se le mandavano a dire. Però facevano (anche). C’era molto barocco ma un po’ meno politichese. E comunque nessuno avrebbe usato la parola «coraggio» per auto-celebrare il proprio riformismo ininfluente. Il senso della misura, onorevoli.
f.guiglia@tiscali.it