La sinistra grida al nuovo Watergate Berlusconi: «Soltanto un polverone»

Fassino cerca di cavalcare il caso: «Ne rispondano l’ex premier e Tremonti». Il Cavaliere «Vogliono solo distrarre l’attenzione dalla manovra e dai loro litigi»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

«Complotto, complotto!» strilla la maggioranza. «Un piano per impedire il suo rientro in politica» giura il prodiano ministro Santagata. «Una ferita grave che un Paese democratico non può sopportare!» si fa vivo Veltroni. «Vicenda torbida» la definisce Diliberto, meno drammaticamente di Ferrero che parla deciso di «situazione drammatica».
Fanno un gran rumore le voci che prendono a circolare sulle 128 occhiate di sguincio alla situazione patrimoniale di Romano Prodi e signora. «Il premier è sotto attacco continuo» assicura il verde Pecoraro Scanio. E persino il solitamente pacato Fassino perde le staffe e, muovendo la moviola all’indietro visto che non son più premier e ministro del Tesoro, chiama a rispondere davanti alle Camere della questione nientemeno che Berlusconi e Tremonti. Né manca chi evoca addirittura il Watergate che affossò Nixon.
Complotto: vero o falso? Dal centrodestra, prima cautamente, poi con sempre maggior decisione, si respinge seccamente l’accusa. «Per carità, giusto che chi sbaglia paghi. Ma siamo tutti ormai sotto controllo e questo piagnisteo per Prodi... non è che mi faccia pena»: la prima replica sull’argomento a firma del capogruppo di An a Montecitorio, Ignazio La Russa. Poi prende piede il sospetto «deviazionista». «Sento puzza di giustizia a orologeria difensiva» ammicca la Bertolini (Forza Italia). «Per cambiare i servizi o per non parlare della Finanziaria? Le ipotesi non sono alternative» osserva gelido l’ex-sottosegretario agli Interni Mantovano, rispondendo ai perché che circolano sull’affaire. Anche Biondi (Fi), non pare credere granché alla tesi complottarda: «La verità è che coll’acqua alla gola come sono si attaccano anche ai rasoi!». E la Mussolini, rievocando la mancata solidarietà dell’Ulivo a lei, spiata alla regionali, mastica seccamente: «A Roma si dice: a chi tocca nun s’engrugna!».
Ma è nel pomeriggio tardi - dopo che Berlusconi aveva riunito i coordinatori regionali di Forza Italia (e mentre ancora non si sapeva che proprio il Cavaliere assieme a D’Alema figurava negli elenchi degli spiati) - che parte, più decisa la controffensiva alle grida d’allarme (e alle dietrologie) del centrosinistra. Tremonti, nel corso dell’appuntamento, fa notare che purtroppo è pieno di funzionari d’ogni ordine e grado che vanno a controllare per proprio conto lo stato patrimoniale di questo o quello. Berlusconi a quel punto rincara la dose: «Complotto? Ma se ne hanno trovati 128 di ingressi? Che complotto segreto sarebbe? E io allora? Chissà quante volte sono stato spiato... La verità è che vogliono distrarre l’attenzione da questa Finanziaria, dai loro litigi!».
Incaricati di rispondere pubblicamente a Fassino e al resto della compagnia sono Bonaiuti («Respingiamo nel modo più netto ogni speculazione sulla vicenda. Abbiamo la certezza che sia in atto un tentativo di creare un polverone...») e Bondi («Fassino eviti di montare un caso dal nulla»). Ma più che le indiscrezioni sulla riunione, a far riflettere molti - in quelle ore - è una circostanziata presa di posizione di Ghedini, parlamentare azzurro avvocato di Berlusconi: si chiede - questi - come mai uno scandalo per dati che, notoriamente, sono pubblici visto che il patrimonio dei politici è da comunicare alle istituzioni. Insomma di che segreto violato si sta parlando? Ma poi, ancora e soprattutto: come mai la denuncia (fatta da Visco a quanto pare in nome e per conto del ministero dell’Economia) approda alla procura di Milano anziché a Roma - sede ministeriale - o a Bologna, dove Prodi risiede? Un caso? E come mai infine da Milano - diceva nel pomeriggio, prima che si avessero altre notizie - si ammette che ci sono altri spiati ma esce solo il nome di Prodi?
Ce n’è abbastanza da far pensare. Anche se proprio in quelle ore Cesa alla Camera e Casini da Pescara si affrettano a far pervenire la loro solidarietà al netto di ogni retropensiero a Romano Prodi e se Fini - anche lui a Montecitorio - ammette che la cosa «è un avvenimento inquietante che non fa bene all’Italia». Aggiunge però il leader di An che la ricerca di verità «non deve divenire boutade propagandistica» come il centrosinistra tenta di fare e rinvia a una soluzione delle indagini che si augura rapida. Mentre per la Lega, Calderoli non rinuncia alla frecciata assassina («Ben gli sta; chi di spia ferisce, di spia perisce») con riferimento all’anagrafe tributaria che Visco vorrebbe.
E a far riflettere, in quelle ore, ci pensano anche Napolitano e il ministro dell’Interno. Il capo dello Stato si rifiuta garbatamente di commentare il fatto. Giuliano Amato è cautissimo visto che parla di «episodio inammissibile» ma poi rileva come «quello dell’accesso alle banche dati sia un problema che abbiamo segnalato da tempo, dato che il livello di protezione è quello di un colabrodo». Il centrosinistra resta in ebollizione e grida allo scandalo. Sull’altro fronte si rafforza il sospetto - avvalorato da una segnalazione del presidente del comitato per i Servizi, Scajola, che da alcune carte giuntegli avrebbe avvertito l’aria di una «manovra» contro l’opposizione - che si tratti di nebbia acida sparsa ad arte dalla compagnia dell’Ulivo. Fumo di Watergate insomma, alla milanese. Col rischio però che di trasformarsi in un più solido boomerang.