"La sinistra inizi con rileggersi il vecchio Mazzini"

Intervista con Giorgio La Malfa che lancia la provocazione: "Dal Risorgimento una lezione adatta a un'epoca postliberale e postcomunista"

Giorgio La Malfa ha il privilegio di avere aggiunto ai suoi studi di economista una esperienza diretta, e quarantennale delle vicende italiane. S'è impegnato in politica ricoprendo l'incarico di ministro nel 1980 e nel 2005 e seguitando sempre a occuparsi di questione economiche. Mai ha perduto la sua indipendenza di pensiero, e cosa ancora più rivelatrice in Italia, mai qualcuno ha smesso di pensare a lui come ad un uomo libero. Oltre alle esperienze politiche, che continuano dopo la sua rielezione alla Camera, v'è da rammentare poi il sodalizio che ha legato lui e suo padre alla Mediobanca di Cuccia. Egli è tra le persone più adatte con cui si possa in Italia parlare di economia in maniera non accademica. Discuteremo assieme a lui della gravità della crisi italiana, e di come rimediarvi. Ma viene ovvio di iniziare il colloquio dal naufragio della sinistra.

«Gli eredi del Partito comunista hanno evitato di riflettere seriamente su che cosa c'era in esso di sbagliato. Non hanno mai cercato di spiegarsi come e perché il movimento reale delle cose aveva sconfitto i loro propositi. Invece essi si sono concentrati solo nel fine reiterato di presentarsi nuovi e senza storia. Un tentativo goffo per eludere le ambiguità lasciate irrisolte dal vecchio Pci. Quando è caduto il muro invece di ammettere il loro errore e convertirsi fattivamente alla sinistra europea si sono dedicati al camuffamento, con una falsità di fondo. La stessa che si sentiva nella campagna elettorale di Veltroni, che è stata tutta un tentativo di cesura persino col passato recentissimo, senza mai farci i conti».

Insomma, una rimozione di Prodi in stile comunista anche se vestita di kennedismo; come le precedenti applicate alle nefandezze del Pci o ad Occhetto...
«Più che una rimozione, direi un tentativo di celare quanto invece non era politicamente sensato ed utile eludere. Il Pci non si può lasciar perdere, senza fare i conti con la sua storia. E il risultato è stato deludente: hanno lasciato irrisolto il tema delle relazioni tra Stato e mercato. Perciò hanno tassato e speso. Con la complicità dei soliti soccorritori del vincitore, di quelle certe élite italiane che credevano Prodi destinato a durare. Quei tali economisti che si sono affrettati a spiegare che il liberismo era di sinistra; affermazione quanto mai impropria per la sinistra italiana. Sono serviti al solito camuffamento. Il mercato non è di destra o di sinistra. E tanto meno può essere un meccanismo di giustizia sociale come Veltroni sembrava e faceva credere».

Insomma, invece della riflessione, la ricerca di slogan che distraggano. Hanno evitato di ripartire dall'inizio e senza sapere bene quello di cui parlavano hanno rincorso i potentati bancari e industriali, vestendoli di un mestiere non loro...
«È più comodo per un potere forte avere a che fare con una classe politica, la quale intravedendo il potere se ne innamora e non sa fissare i suoi limiti ideali, perché li ha solo camuffati».

Prima non era così?
«Pensi, quando da Confindustria si dimise Agnelli e si cercava il successore, il primo nome fu quello di Visentini. Mio padre chiamò Visentini e gli spiegò: “Mai potremo permettere che un nostro deputato sieda su quella poltrona. Possiamo difendere le imprese, non rappresentarle“. Questa distinzione tra difesa delle imprese come funzione generale e il loro abbraccio come categoria corporativa si è perduto».

Be’, la vicenda del cuneo fiscale è stata in effetti molto più un commercio con la Confindustria di Montezemolo e lo stesso potrebbe dirsi della rincorsa elettorale all'imprenditore.
«La candidatura di Calearo è stata talmente sciocca. Si prende un imprenditore di destra e si simula che attraverso di lui il votante possa attendersi chissà quale riscoperta sociale e democratizzazione del lavoro. Per chi è stato comunista il cammino verso una nuova posizione politica avrebbe richiesto un grande e serio dibattito di revisione intellettuale. Oppure un pragmatismo alla Blair. Ma i socialdemocratici inglesi non erano i comunisti italiani».

Il pragmatismo senza vero pensiero di Veltroni in effetti è risultato grottesco.
«Insomma, anche per questo vizio di camuffamento dubiterei che a sinistra vi sia vera consapevolezza della gravità della crisi italiana. Tanto più il governo Berlusconi funziona, tanto meglio anche per loro: non potranno evitare la resa dei conti che hanno finora rimandato».

Camuffamento kennediano di Veltroni o camuffamento erotico dei neocomunisti cambia poco. Da ambedue proviene un senso di slogan posticci, e mutevoli. La sinistra ha perso ogni nesso vero con la struttura, è tutta fumo e sovrastruttura.
«La crisi italiana è esito della globalizzazione. Essa è una forza strutturale e inarrestabile. Non possiamo scegliere di restarne fuori, come è stato per la scelte europee. Essa implica però maggiore produttività. La nostra produttività è indietro. Non siamo più, come era negli anni ’50, la Cina dell'Occidente».

E non possiamo pagare salari cinesi. Dunque l'unica soluzione è aumentare la produttività.
«Per riuscirci conterà molto la disponibilità sindacale. Prendiamo l'Alitalia. Ha un mercato ricco, di dimensione interessante, il problema d'investimento non è enorme. Ben gestita ha margini di valore e produttività. Ma il problema è il numero dei dipendenti e che chi resta lavori di più. Ma deve diventare privata: lo Stato è un partner troppo debole rispetto al sindacato, che ormai rappresenta più il pubblico impiego e risulta espulso dal settore produttori».

Il problema produttività è più grave nel terziario, sia pubblico sia privato.
«L'unica cosa che lo Stato italiano può fare è abbassare le tasse e spendere meno. Ormai siamo una regione d’Europa. L'unico strumento di politica economica che ci resta è quello fiscale. Calando la spesa pubblica possono ottenersi aumenti di produttività dal terziario».

L'opposto di quanto predicava Bersani il quale voleva aumentare l'accesso al terziario privato e dunque il numero di occupati nel settore. La via del fallimento. Mi dicono ci siano già quasi più avvocati a Roma che in Francia.
«Con la crescita di produttività degli altri settori produttivi dobbiamo assorbire l'occupazione superflua nel terziario. L'Italia non può più rimettersi in corsa con uno choc. L'inflazione e la svalutazione non dipendono più da noi. Ci siamo tolti gli strumenti della sovranità. L'Italia è una regione d’Europa che ha devoluto la sua politica monetaria del tutto e la sua politica economica in gran parte, comprese barriere doganali, all'Europa. All’Italia è rimasto il bilancio dello Stato. Bisogna farne buon uso. Ridurre il prelievo fiscale».

Il bilancio dello Stato è insomma una risorsa della politica economica?
«Quando ero ministro del Bilancio nel 1980 la pressione fiscale era al 35 per cento. Poi mentre in tutto il mondo si faceva marcia indietro rispetto al keynesismo, in Italia ci fu il trionfo della spesa in disavanzo. Il ravvedimento iniziò quando riuscimmo pochi anni fa a imporre che il voto sul deficit fosse il primo voto della legge finanziaria. Prima era una cifra residuale, a pié di lista».

Ecco i guai della storia da cui proviene Veltroni e i vizi di una volta insistiti, malgrado i camuffamenti.
«Sono arrivato alla conclusione che il taglio fiscale è la premessa di tutto. Oggi il limite al deficit ci è imposto dall'estero, e allora il problema è: adeguiamo le tasse alle spese o le spese alle tasse? Il mio augurio è che col governo Berlusconi l'Italia si riprenda, e che cresca perché meno tassata. Ma ci vuole un lavoro di legislatura, per il rifacimento dello Stato: e inoltre un programma pluriennale di riduzione della spesa pubblica nei principali settori: previdenza sociale, sanità, trasferimenti, enti locali».

Ma tagliare la spesa significa anche tagliare le funzioni statali. Occorre pensare un assieme di corpi intermedi che svolgano le funzioni che sottrarremmo allo Stato.
«La sussidiarietà è un principio cattolico ed europeo. Deve divenire il cardine della riforma dello Stato. C'è bisogno di introdurla tra privati e Stato, ma anche di non dare più per scontato che solo lo Stato possa incarnare interessi pubblici: penso a fondazioni, mutue, associazioni. Del resto il Manifesto di Marx, secondo alcuni critici fu scritto contro Mazzini. Il quale scriveva per i giornali inglesi contro il socialismo; ma avvertendo: io non sono benthamita. Anche per lui servivano forze intermedie, altrimenti un eccesso di individualismo mercantile si sarebbe rovesciato nel comunismo. Occorrono forze intermedie cooperanti».

Insomma, la sua parabola repubblicana iniziata col neocapitalismo ritorna ora a Mazzini?
«Guardi, qualche anno fa sul The Times Literary Supplement, c'era una copertina dedicata a Mazzini con un articolo titolato: “Mazzini il nostro contemporaneo”. Perché, secondo il suo biografo, Mazzini ha la visione più adatta a un'epoca postliberale e postcomunista. Supera l'idea che la felicità sia misurata dal denaro e dall'individualismo e che al contempo è irriducibile al dogma marxista. Insomma, Mazzini è postmoderno, e le sue idee possono dare misura e saggezza al taglio delle tasse e della spesa statale che ci attende...».