A sinistra l’insulto è una regola

Egidio Sterpa

Ma sì, possiamo essere d’accordo con Fassino e D’Alema: questa campagna elettorale va condotta con senso di responsabilità, stando dentro a regole democratiche. È quasi una vita, potremmo dire, che simili concetti andiamo affermandoli su questo giornale, liberamente sia quando c’era Indro Montanelli che dopo, e anche prima su altri fogli. Dunque, sì, d’accordo. Ma evitiamo di prenderci in giro, smettiamola col fariseismo.
Va bene, ammettiamo pure che il nostro amico Berlusconi avrebbe fatto forse meglio, più furbescamente, ad assistere, senza pronunciare parola, agli eventi che hanno messo in difficoltà la leadership diessina, addirittura ergendosi a garante. I fatti, più che i discorsi, gli avrebbero tra l’altro dato ragione, perché è innegabile che qualcosa di anormale a sinistra c’è pur stata. Ma dov’è lo scandalo per il fatto che egli sia andato dal magistrato a riferire quanto riteneva di sapere a proposito di una vicenda che nella stessa sinistra ha provocato rumore e dubbi e determinato scosse sismiche nel mondo finanziario e nelle istituzioni? Non è venuto proprio da sinistra - da Bertinotti, per esempio, ma non solo - l’invito, quasi l’ingiunzione, a rendere testimonianza alla magistratura? Puta caso non lo avesse fatto, sarebbe stato accusato come minimo di reticenza peccaminosa. Insomma, la vera verità è che quest’uomo, qualunque cosa faccia, è ormai sempre colpevole. Ma sì, va distrutto evidentemente.
Non siamo yesman, come i nostri lettori sanno, e come sa lo stesso amico Silvio Berlusconi (amico, sì, il che però non vuol dire, almeno nel nostro caso, compiacente), e come non di rado possano constastare anche esponenti dell’altra sponda politica. Ma, perdinci, non è possibile - sarebbe immorale - accettare passivamente le demonizzazioni di un leader la cui colpa è di essersi frapposto sul cammino verso il potere della sinistra e di averla sconfitta, oltre che di aver saputo precedentemente costruirsi una fortuna economica. Certo difetti ne ha, come ne abbiamo tutti, e noi non abbiamo mai mancato di rilevarli. Ma il demone in assoluto, è davvero troppo. Gli è stato detto di tutto: profittatore, evasore, mafioso, quanto di peggio può esserci. No, non è accettabile. Da dieci anni almeno lo si insulta e denigra.
Cominciò Occhetto, nel ’94. Disse: «Nel Sud parte della mafia si appresta ad appoggiare Forza Italia». Angius, pochi giorni prima del voto del 2001, ammonì: «Non tollereremo che vada a Palazzo Chigi». C’è da riempire pagine con simili citazioni, raccolte del resto in un libro voluminoso. Vero killeraggio, ammettiamolo. La nostra cultura liberale ci impone di rifiutare comportamenti simili. Un avversario politico non è un nemico da distruggere, ma solo persona che non la pensa come te, il cui diritto di dissentire va sempre difeso. Con l’onestà, peraltro, di procedere col liberalissimo metodo del dubbio.
Ci rivolgiamo a una sinistra intelligente e seria, che pure c’è - quella del mio amico Macaluso, per esempio, e del Riformista -: ma come è possibile accettare certa assurda tesi che chi non è a sinistra è culturalmente e moralmente inferiore? Questo è fondamentalismo, il peggiore. La cultura e l’eticità riguardano le persone e non le scelte politiche. È povertà morale, debolezza culturale e forse perfino ristrettezza mentale quella di chi pretende d’essere superiore. Quanta insensatezza. C’è chi arriva a spaccare il Paese, sentenziando che c’è una parte virtuosa e l’altra depravata. Assurdità assolute, sciocchezze.
Qualche speranza che la ragione, il raziocinio, la capacità di discernere non siano del tutto scomparsi ce la dà incredibilmente un personaggio che fin qui non abbiamo immaginato raziocinante. Sentite questa: «Quando parlo di diversità lo faccio in senso molto diverso dalla sua diversità morale o da quella rivendicata ancora dai diesse. Il contrario di chi crede nella superiorità di qualcuno su un altro. Da lì sono venuti molti dei peggiori crimini dell’umanità». Sì, è incredibile: sono parole di Renato Curcio, il fondatore delle Brigate rosse. Siamo qui in attesa che torni finalmente la ragione in questo nostro disgraziato Paese.