A sinistra l’onda dei sindaci sceriffi: «Senza rigore non c’è sicurezza»

Ha cominciato Cofferati con lo sgombero dei campi rom e gli davano del «fascista». Ma dopo il voto l’esercito dei teorici dell’ordine si è allungato

In principio fu Sergio Cofferati: campi rom sgomberati senza tante esitazioni, il divieto di vendita di alcol che ha lasciato a secco le notti bolognesi e perfino la battaglia su spray urticanti e manganelli per i vigili urbani. Con tanto di frecciate spedite dal sindaco a chi non aveva appoggiato la mozione in consiglio comunale: l'Udc («hanno preso paura, hanno paura delle novità in politica»).
Perfino i suoi compagni di partito diedero addosso all’ex leader della Cgil quando rimbrottò la miopia della sinistra che considerava «la sicurezza un tema della destra e perciò non esiste, esiste solo la solidarietà» e poi aggiunse che «non è mettendo dei materassi sul Lungoreno che si risolve il problema dei romeni assediati dalle acque. Così ti salvi la coscienza, forse, ma non risolvi niente».
Allora gli davano dell’eretico, del venduto. E l’immancabile dispregiativo: «Fascista». Chissà dove sono quelli che lo criticavano oggi che i sindaci sceriffi di sinistra sono passati da sparuto drappello a esercito. Dopo la batosta elettorale eccoli tutti indaffarati. Il mattino a sgomberare campi nomadi, il pomeriggio a rilasciare interviste a Repubblica, trasformati in teorici della dottrina legge-e-ordine. Vincenzo De Luca, primo cittadino-guardiano di Salerno: «Negli ultimi due anni si è aggravata la diffusione della violenza e la sensazione di impotenza del cittadino normale». E allora, chiederebbe Lenin, che fare sindaco? «Partiamo dalla realtà e smettiamola di fare i poeti». Con tanto di affondo contro i rom: «La maggioranza delinque. La mia verifica sul territorio dice che rubano auto». E così se n’è accorto anche lui.
Come chi si converte alla fede in tarda età, gli sceriffi di sinistra addirittura esagerano, con proclami che non solo smentiscono quanto predicavano prima che vedessero la luce, ma addirittura scavalcano a destra, spiazzando perfino i leghisti rondaioli della prima ora. Come Filippo Penati, il presidente della provincia di Milano che prima trattava per allestire campi nomadi, ora dichiara con voce stentorea: «I rom devono sparire tutti».
Qualcuno all’inizio lanciava il sasso ma nascondeva la mano. Come il consigliere regionale del Pd campano Giuseppe Russo. All’indomani del tentato rapimento della neonata di Napoli Ponticelli aveva fatto affiggere un manifesto verde, con tanto di logo del Partito democratico, che inneggiava alla cacciata dei rom, lamentando «che il continuo aumento degli accampamenti rom in alcune aree del quartiere è diventato insostenibile». Ma anche Russo, alla luce del fatto che il suo manifesto non aveva scandalizzato granché manco a sinistra, si era affrettato a venire allo scoperto. Ovviamente non senza il premio di un’ampia intervista sul Corriere del Mezzogiorno, in cui sbeffeggiava Bassolino e giustificava perfino le molotov contro i campi «È stata una protesta fine a se stessa da parte di chi non crede più alla possibilità di uno sbocco. È stata il frutto della disperazione di una comunità che non vede nessuna forma di Stato, né di tutela. È stata il frutto dell'insostenibilità di quotidiane e spicciole illegalità».
E non ci sono solo i casi eclatanti, quelli che hanno fatto notizia, come la giunta di Firenze che ha sparato anche sui lavavetri. Senza il clamore dei tg, si uniscono al coro sindaci come quello di Udine, Furio Honsell: «Il campo nomadi va sgomberato». Ne ha convertiti più la disfatta elettorale che Savonarola.