La sinistra litiga su candidati e capilista

Incerto il ruolo di Amato che non guiderà più la lista in Veneto. Ds e Margherita non vogliono cedere due posti all’Italia dei Valori

da Roma

Gli ultimi sondaggi pubblici, che segnalano un tendenziale recupero della Cdl, qualche allarme lo creano. Anche se nell’Unione si sottolinea che il netto vantaggio della coalizione capeggiata da Romano Prodi permane e che, come ricorda Giuliano Amato, «nelle ultime tornate elettorali non abbiamo fatto che vincere, e quello è il migliore dei sondaggi».
Sondaggi: d’altronde, i rilevamenti periodici commissionati a uso interno da Ds e Margherita danno risultati diversi da quello apparso ieri sul Corriere della Sera a cura di Renato Mannheimer: l’ultimo, arrivato venerdì, ha rassicurato Rutelli perché parla di una Quercia attorno al 20% (ben sotto il 23% attribuito da Mannheimer) e di una Margherita al 12,7% (parecchio sopra il 9,5% del Corriere). Bene anche la Rosa nel pugno di Sdi e radicali, sopra il 3% (Mannheimer le assegna solo l’1,5%), mentre il Listone ulivista alla Camera è accreditato tra il 32 e il 33%.
Capilista: è ancora da risolvere il problema aperto da Giuliano Amato, che ha rinunciato a guidare la lista in Veneto per fare il numero due del ds Chiti nella «sua» Toscana. Si era pensato a uno spostamento di Rosy Bindi dal Friuli, ma la Margherita veneta non ne vuole sapere. L’ipotesi più probabile è che il Veneto se lo tenga Prodi, per sé o per una misteriosa «personalità esterna», di cui però il Professore non ha fatto ancora il nome, «e forse non ce l’ha», chiosano nell’Ulivo. Oppure ci sarà un rimescolamento più generale, con Dario Franceschini spostato dalla Lombardia al Veneto, la Bindi in Lombardia e Prodi in Friuli.
Partiti minori: con Mastella il problema pare risolto: l’Udeur avrà cinque posti sicuri nel listone ulivista, tutti detratti dalla quota di 15 eletti assegnati a Prodi. Con Di Pietro invece è ancora tutto da vedere: il Professore sarebbe restio a togliere dal proprio carniere altri due posti certi per regalarli all’ex Pm di Mani Pulite, Ds e Margherita non ci pensano neppure. E insistono: «I sondaggi danno l’Italia dei Valori sopra il 2%, quindi gli eletti se li può procurare da sola», nota il braccio destro di Franco Marini, Peppe Fioroni. Tanto più se Di Pietro si apparenterà con le liste civiche capeggiate da Roberto Alagna della Lista Marrazzo, che insiste a far correre il proprio partitino nonostante la contrarietà di Prodi e soprattutto di Rutelli e Fassino, che temono un drenaggio di consensi alle loro liste.
Simbolo: la querelle aperta da Pdci e Verdi, che nel loro simbolo comune al Senato vogliono richiamare il logo dell’Unione, sarà sciolta in settimana. Ma una prima mediazione, che avrebbe superato la netta opposizione di Ds e Margherita all’«indebito vantaggio» concesso ai due partitini, sarebbe già stata trovata: ci sarà la scritta «Unione» ma niente arcobaleno.
Candidature: restano forti tensioni interne ai partiti per i posti in lista. Nella Margherita si è aperto un «caso Orlando»: Rutelli e Marini non vogliono candidare l’ex sindaco di Palermo in Sicilia. Nei Ds, dove vige la mannaia delle due legislature dopo le quali non si viene ricandidati, i problemi sono molti. A denunciarli ci ha pensato Rosso di sera, la «velina» di Rifondazione, che chiede di «salvare il soldato Giulietti» e gli altri parlamentari «non allineati» che rischiano il posto, per lasciarlo magari ai fedelissimi di Fassino (da Morri nelle Marche a Damiano in Liguria alla moglie Anna Serafini in Emilia). Clamoroso, e non ancora risolto, il caso di Peppino Caldarola: l’ex direttore dell’Unità è alla prima legislatura, ma è in urto (causa Unipol, dicono i maligni) col luogotenente di D’Alema in Puglia, La Torre, che non vuole ricandidarlo.