La sinistra malata di giustizialismo

Egidio Sterpa

Anno difficile, certo, il 2005, ma, santo cielo, che esagerazione addebitarne difficoltà e affanni al solito Berlusconi. L’opposizione s’è avvalsa, per esempio, del giudizio dell’Economist, che ha definito «l’Italia malata d’Europa». Ebbene, giorni fa, esattamente il 30 dicembre, su Le Monde c’era questo titolo: «La Francia malata d’Europa». Insomma, il malato chi è, noi o la Francia? O ambedue? O addirittura tutta l’Europa e forse un po’ anche il resto del mondo?
La nostra sinistra proprio non riesce ad allargare i propri orizzonti oltre i confini. C’è, si direbbe, pessimo provincialismo, oltre che settarismo, in questa visione politica. Il giudizio di Le Monde proviene da un saggio, che occupa una intera pagina, di Nicolas Baverez, che non è l’ultimo degli intellettuali transalpini. Baverez analizza la crisi francese senza accenti demagogici, come avviene invece da noi.
Citare Le Monde non vuol dire sfuggire alla realtà. Abbiamo ben chiaro che la situazione italiana non induce al trionfalismo. Perdinci, però, darne tutte le colpe a chi governa oggi il Paese è davvero una esagerazione, addirittura una deformazione indecente della realtà. Come negare che questo governo che è Palazzo Chigi da meno di cinque anni, ha ereditato debiti e carenze più che ventennali e ha subìto, come il resto del mondo e soprattutto l’Europa, l’attacco di una crisi senza precedenti? In Francia - leggano la stampa francese i nostri oppositori - la polemica non trascende mai nell’inverosimile e nell’astiosità.
Diciamo le cose come veramente stanno. L’Italia sarà pur malata, ma i suoi mali peggiori sono la discordia, quasi fisiologica e storica, l’animosità e la faziosità, che impestano la vita politica e anche la vita civile e ora persino il mondo degli affari, come gli ultimi avvenimenti dimostrano.
Personalmente non sono propenso a credere che esistano complotti organizzati per distruggere Berlusconi, non c’è almeno, penso, un complotto veramente complessivo. Una simile congiura avrebbe bisogno di una intelligenza politica, che invece non c’è né a sinistra né a destra, il che, diciamolo con franchezza, è un po’ il segno della mediocrità in cui siamo immersi. Abbiamo a che fare, invece, con una eccitazione antiberlusconiana carica di acredine e rancori di natura diversa, assai virulenti, peraltro provenienti da un classismo che perdura in certa sinistra, risentimenti e velleità di gruppi politici che si ritengono ingiustamente spodestati. Vi si aggiungono predisposizioni conformistiche di personaggi vari, tra cui intellettuali, tutti suggestionati dalla aggressività propagandistica dell’antiberlusconismo, disponibili e pronti tutti a salti della quaglia.
Sono dovunque questi «saltatori»: nell’amministrazione pubblica e negli stessi partiti al governo, purtroppo. La tendenza alla trasmigrazione è storicamente molto diffusa. Propositi di rivincita e voglia di dominio non mancano in settori investiti di delicatissime responsabilità. In parte della magistratura, per esempio. Giorni fa su queste colonne il caso dei giudici lo ha impareggiabilmente analizzato Nicola Matteucci, intellettuale liberale di grande rigore morale e saggezza. Non c’è dubbio, in non pochi casi si è in presenza di una concezione distorta della giustizia, intesa come potere e non come funzione.
Quel che ha aggravato in questi anni la crisi italiana è la caduta della politica, umiliata da poteri che, nel gran vuoto di istituzioni fondamentali, si sono attribuiti spazi e incombenze non propri, fino a determinare quelle convergenze che, appunto, fanno pensare ad una congiura globale. Sono la debolezza e le reticenze della politica ad attribuire potenza a simili convergenze. Il problema più urgente, dunque, è riaffermare il primato della politica, cosa che oggi finalmente paiono avvertire anche taluni protagonisti della sinistra disillusi al cospetto del caso Unipol, anziché assecondare un giustizialismo fazioso.
Un’intesa bipartisan a questo proposito, come suggerisce l’amico Bondi, appare tutt’altro che inopportuna. Avviarsi ad una campagna elettorale più corretta non può che giovare alla politica, quella di oggi e quella di domani, a chiunque gli elettori diano la maggioranza. Ha ragione l’ex presidente Cossiga, sempre estroverso ma mai irrazionale: è ora di smetterla con certo sloganismo demagogico: se è vero che i comunisti non mangiano i bambini, altrettanto vero è che Berlusconi non è il demonio. Fassino e D’Alema soprattutto, che non mancano di intelligenza e razionalità, dovrebbero entrare finalmente in quest’ordine di idee, inducendo alla ragione persino Prodi che, ossessionato dalla voglia di rivincita, non fa politica ma solo partigianeria.