Sinistra malata di «maccartismo»

Arturo Gismondi

A parlarne qualche tempo fa è stato Pier Luigi Battista, che sul Corriere, un po' impressionato, ha posto alcune domande rimaste senza risposta. Si chiede, Battista, da quale latebra della coscienza viene quella brutta voglia che da qualche tempo si è impossessata della sinistra, o di una parte di essa, di esigere da coloro che si avvicinano alle sue posizioni, e persino da coloro che sulle sue posizioni ci sono e hanno magari l'intenzione di restarci, certificati di purezza, prove del sangue che ne attestino la sincerità o la affidabilità politica nel momento in cui la sinistra spera, o conta, di poter tornare al governo della Repubblica.
Viene in mente la preoccupazione del buon Nenni il quale all'inizio della nostra vita democratica osservava preoccupato come in certe circostanze «c'è sempre uno più puro che ti epura», e si riferiva al periodo del primo dopoguerra, quando la fine del fascismo scatenò una ricerca delle responsabilità e c'era chi poneva, nella ricerca, un gusto e uno zelo giudicati eccessivi. Mi riferisco a Nenni perché è un caso politicamente vicino, aggravato a dismisura dal fatto che oggi non usciamo da una ventennale dittatura, più semplicemente siamo in vista di un voto popolare che potrebbe risolversi in una alternanza di governo, normalissima in ogni Paese democratico. Altro sarebbe il discorso ove ci volgessimo più indietro, agli eccessi che sempre hanno scatenato i giacobinismi nella Storia, quelli propriamente detti e quelli rivelati un po' ovunque da regimi comunisti e simili.
Il fenomeno rilevato da Battista e da altri, è lamentato da alcune delle vittime, davvero impreviste. Cito fra gli altri il presidente della Rai Petruccioli, aggiungo un conduttore francamente schierato con la sinistra come il Floris di Ballarò, fatti segno ad attacchi e sospetti frutto di culture di altri tempi.
Ma c'è di peggio. La petulanza e la voglia di purezza di certi personaggi, o gruppi, fa esplodere nelle cronache politiche casi francamente abnormi. Se ho capito bene una lunga lettera scritta per il Corriere dall’on. Luciano Violante, in essa il presidente dei deputati Ds protestava per l'uso di alcuni brani di un suo discorso alla Camera fatto da Sabina Guzzanti nel film «Viva Zapatero». Nel film il presidente dei deputati Ds è accusato di scarso zelo nella battaglia contro Berlusconi, e di un qualche spirito critico nei confronti di certi giudici della Procura di Milano. Niente di più, o di meno.
La presenza di questi giacobini votati alla purezza della sinistra comincia a preoccupare i più saggi in quest'area politica. Bertinotti confessa di provare, al solo sentir parlare di giornalista “alla Travaglio” (un pubblico accusatore che esercita su l'Unità) un po' d'orticaria, Petruccioli parla di «processi politici intollerabili» ai quali intende sottrarsi non rispondendo più a inviti di taluni circoli della sinistra. Lo stesso è l’atteggiamento di Lucia Annunziata, e sono in molti nella sinistra a provare fastidio, e un po’ di timore, per il clima di intimidazione che ha preso a circolare a sinistra. E del resto, la stessa attenzione del Corriere, in fondo, non è suggerita certo da ostilità per la sinistra, tutt'altro. Piuttosto, par di capire, dal timore di trovarsi a fare i conti, una volta al governo, con una sinistra che non è solo quella di Fassino e di Rutelli.
I timori si possono capire, ma fino a un certo punto. E al di là di questo un po’ meravigliano. Per dirla tutta, la radice dell'intolleranza che oggi viene lamentata ha radici antiche, che sono da sempre nel Dna dei partiti della sinistra comunista e post-comunista. Una delle spiegazioni politiche degli eccessi di oggi risiede nell’anti-berlusconismo, che è però comune nella sua virulenza alla sinistra estrema, e giova anche a quella che si definisce «riformista». La fobia per tutto ciò che rinvii alla esistenza di Berlusconi è in fondo il vero cemento che tiene insieme le diverse sinistre, quelle estreme, quelle giustizialiste, ma anche certi «riformisti» che poi alla fine i voti li vogliono tutti ma proprio tutti: anche quelli dei fans delle Guzzanti e Dandini, e Travaglio, senza trascurare quel maccartismo rosso che circola fra le pagine di Micromega. E ci sono poi i voti dei no-global, dei centri sociali, della borghesia dei “girotondi”, che si sente snobbata e alimenta fronde colleriche. E ci sono perfino i voti di quelli che nei cortei pacifisti gridano «uno, dieci, cento Nassirya», e quelli che fischiano i cardinali e cacciano dalle Università gli intellettuali che non la pensano come loro.
Il compito di tenere insieme una platea così vasta e variegata è affidato a comici, giornalisti, cantanti attori, ospiti di reality show che, tutti insieme, costituiscono un semi-monde culturale e politico chiamato oggi, in epoca post-comunista, a sostituire i grandi intellettuali della nostra giovinezza, i Concetto Marchesi, i Flora, i Gerratana, i Banfi, i Luporini, che nessuno legge, e conosce più. Un mondo di mezze figure è impegnato ad amplificare un mondo di mezze idee, di luoghi comuni trasformato dalla potenza mediatica in verità di corta durata ma che oggi servono a vincere.
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