Ma alla sinistra manca il coraggio di stare col Papa

Mariastella Gelmini*

Le cronache di questi giorni ci offrono uno spettacolo davvero preoccupante. L’attacco violentissimo sferrato dal fondamentalismo islamico a Papa Benedetto XVI, alla Chiesa e a tutti i cattolici non ha precedenti e conferma la necessità che l’Occidente ritrovi velocemente la propria unità e identità.
Quello di Ratzinger è stato un appassionato appello alla ragione e alla ragionevolezza delle azioni umane, una straordinaria lezione su ciò che rende la vita di ogni persona degna di essere salvaguardata contro ogni forma di violenza. Di fronte a un testo di tale profondità e rilevanza, la speranza era che potesse essere un contributo fondamentale se fosse stato interpretato come un strumento di dialogo con gli uomini di buona volontà che, in Occidente come nel mondo islamico, continuano a cercare le vie per una soluzione pacifica dei conflitti. Speranza rivelatasi vana, a giudicare dalle cronache di questi giorni.
Dove sono infatti i campioni del rispetto e della tolleranza? Dove sono gli intellettuali che, non molti anni fa (ma pare un secolo) scatenarono una giusta battaglia in difesa della libera espressione del romanziere Salman Rushdie, inseguito ormai da anni da una fatwa? E dove sono i pacifisti, anche cattolici, con le loro bandiere in multicolor, sempre pronti a contrastare la violenza quando essa viene dai governi occidentali? Volatilizzati. Non una parola viene dal variegato arcipelago della sinistra italiana per difendere un uomo mite e coraggioso, che ha avuto il torto di voler precisare quale sia la posta in gioco. Fa davvero impressione ascoltare un Papa che medita sul nesso necessario tra fede e ragione, sull’impossibilità di giustificare la violenza da parte delle religioni, e per tutta risposta subisce un attacco concentrico di così ampie proporzioni. Impressiona anche la posizione del nostro presidente del Consiglio, come al solito fin troppo silente e dunque incapace di dire parole ferme e nette in difesa del Santo Padre. Impressiona soprattutto la cortina fumogena dei distinguo e delle prese di distanza, dei «ma» e dei «però». Basta sfogliare Repubblica o Il Manifesto per rendersi conto dell’alleanza, non voluta ma sostanziale, tra l’islamismo radicale e la nostra sinistra. Se il primo accusa Benedetto XVI di essere, aggettivo più aggettivo meno, un servo del capitalismo occidentale al soldo di Bush e degli orridi sionisti, la sinistra fa da sponda, avanza dubbi di legittimità sulle parole del Papa, chiede le scuse e la subordinazione «senza se e senza ma» per diminuire la portata della provocazione.
Alexis de Tocqueville aveva compreso, quasi 170 anni fa, che non esiste libertà e democrazia senza la religione cristiana. Lo aveva capito guardando la vita degli americani, le loro istituzioni, la loro società. Oggi, nel nostro Paese e in Europa, quella lezione sembra dimenticata. Si sta cercando di costruire una società del tutto laicizzata, e ogni scusa è buona per picconare l'edificio millenario della Chiesa. Mentre prende piede sempre di più una cultura della tolleranza che, per evitare qualunque conflitto con il mondo musulmano, è pronta a rinnegare duemila anni di storia e un’intera civiltà. Tutto ciò è inaccettabile. Di fronte alla minaccia islamica e al terrorismo, la peggiore delle strade è quella che porta alla fuga, da noi stessi prima che da chi ci contrasta. E se il Papa resta solo in questa battaglia, allora dobbiamo davvero iniziare a preoccuparci. Per questo ognuno di noi deve trovare il coraggio di dire: «Sono dalla parte del Papa».
*cooordinatore Forza Italia Lombardia