"La sinistra? Meglio che aspetti a esultare"

L’ex sindaco socialista analizza la sconfitta del centrodestra ma
avverte Pisapia e compagni: "Non dire gatto se non l’hai nel sacco". "Il
cittadino da chi guida il Comune vuole ascolto, che risolva un po’ di
problemi e di essere alla mano. La Moratti non è stata male"

Gli errori della campagna elettorale, l’evanescenza del Pdl, qualche limite umano del sindaco. E comunque l’ammonimento che, «come diciamo dalle mie parti, su in Valtellina: non dire gatto se non l’hai nel sacco: aspettiamo di vedere cosa succede tra due domeniche». Ecco in sintesi il pensiero dell’ex sindaco Paolo Pillitteri sulla giornataccia del centrodestra milanese.
Lei per chi ha votato?
«Per mio figlio Stefano Pillitteri e per la Moratti».
Come mai la Moratti non ha vinto?
«Perchè il mio voto evidentemente non è bastato».
Se lo aspettava un botto simile?
«Credo che il risultato vada studiato da vicino e con calma. Io che la Moratti potesse passare al primo turno non l’ho mai creduto. I risultati di Milano città alle ultime regionali erano lì da vedere, d’altronde, e non erano risultati eccellenti. Poi mettiamoci l’effetto del Terzo polo, ed eccoci qua. Ma a monte c’è il caso di un partito, il Pdl, che ha i suoi problemi, e questo lo aveva già dimostrato in modo abbastanza chiaro in occasione delle politiche e delle europee. E poi c’è stata, me lo lasci direi, una gestione sorprendente della campagna elettorale».
In che senso?
«Si è trasformata la campagna amministrativa in una campagna politica, con alcuni effetti surreali: la Moratti che faceva l’estremista e Pisapia che faceva il moderato, la Lega nel ruolo del pompiere e il Pdl in quello degli incendiari. Sono cose, si badi, che sono sempre accadute, errori che si facevano a volte anche ai miei tempi».
A Milano la sinistra parla già di svolta storica.
«Non esageriamo. Certo, se il centrodestra avesse riconquistato Milano al primo turno, Berlusconi ne sarebbe uscito rafforzato. Ma credo che anche adesso avrà buon gioco nel dipingere una sinistra incasinata e divisa. Ma ripeto: la decisione di mettere la sua faccia sulla campagna elettorale, e di sovrapporla a quella della Moratti, può avere privato il centrodestra di quell’“effetto sindaco”, di quel traino che a Milano il primo cittadino uscente ha sempre portato con sè. Anche perché il bilancio di questi cinque anni di amministrazione Moratti non è affatto da buttare via».
Lei ha fatto il sindaco in anni in cui non c’era l’elezione diretta, ma la battaglia per le preferenze era comunque tosta. Quanto contava, per arrivare a Palazzo Marino e per restarci, il fattore umano?
«Nei miei anni a Palazzo Marino ho imparato che i milanesi al loro sindaco chiedono, da sempre, pochissime cose. Gli chiedono di starli ad ascoltare. Gli chiedono di risolvere un po’ di problemi: non tutti, perché sanno che tutti non si possono risolvere. E inoltre si aspettano che il sindaco sappia essere un po’ papà e un po’ fratello maggiore, comunque essere uno di loro, mettergli una mano sulla spalla. Insomma, per fare i sindaci dovevamo anche essere simpatici. Ecco, su questo magari la Moratti non è stata il massimo. Ma sarebbe ingiusto darle tutte le colpe».
Il ballottaggio si farà tra due settimane, ma comunque vada a finire entrerà a Palazzo Marino un consiglio comunale pieno di facce nuove. Che impressione ha dei consiglieri di oggi?
«Ormai sono passati vent’anni da quando io facevo il sindaco, è cambiata la città e inevitabilmente è cambiato anche il consiglio comunale. Non in meglio, direi. Una classe dirigente non si inventa dal nulla. Allora si arrivava a essere eletti in consiglio comunale al termine di un percorso fatto di tenacia, di gavetta, di esperienza. Era un percorso che aveva le sue asprezze, ma che consentiva di selezionare un gruppo dirigente davvero in grado di governare la città».