La sinistra ne approfitta: «Via subito le truppe»

Pecoraro Scanio: «Questo conflitto ha potenziato il terrorismo»

Roberto Scafuri

da Roma

Via dalla sporca guerra. Il grido di battaglia della sinistra radicale risuona già a un’ora dalla notizia dell’attentato. Solo che a rilanciarlo non sono gli uomini del «senza se e senza ma», quanto piuttosto il senatore a vita Giulio Andreotti. «Il problema della missione esiste e va risolto, bisogna lasciare l’Irak agli iracheni», dice. L’attentato è una viltà che conferma l’urgenza di andare via, aggiungeranno i rappresentanti della sinistra. Ma quello più autorevole, il presidente della Camera in pectore Fausto Bertinotti, ancora verso le 10 del mattino preferisce rinunciare agli slogan di piazza e «unirsi al dolore di tutto il popolo per la morte dei soldati italiani in Irak», porgendo «ai familiari delle vittime la nostra più intensa solidarietà umana e la comprensione per il loro dolore».
«Per parte nostra - aggiunge Bertinotti nel suo messaggio -, sul terreno della politica non possiamo che trarre una ulteriore ragione per il nostro impegno contro la guerra e il terrorismo. Non è questo il momento delle polemiche...», conclude il leader rifondatore rattristato dalla giornata di «sofferenze e dolore». A metà mattinata il giovane deputato debuttante, Francesco Caruso, comincia invece a prendere confidenza con i cronisti nel cortile di Montecitorio. «L'attentato di Nassiriya -dice- è un atto ignobile e deprecabile, ma che va contestualizzato.Quelli dei kamikaze sono atti di disperazione ed esasperazione, non per questo giustificabili, ma che fanno parte di una strategia scelta da gruppi armati per contrastare le forze occupanti». Per l’intera giornata, Caruso saggiamente cercherà di sfuggire ai tanto amati microfoni. Quando però in serata finisce a «Controcorrente», approfondimento di Sky News 24, non si trattiene: «Non ci devono essere tentennamenti né ambiguità da parte del centrosinistra: le truppe italiane vanno ritirate immediatamente dall’Irak e il Paese va restituito agli iracheni», dice. Secondo Caruso nel programma dell’Unione «si parla di ritiro sempre con una certa sfumatura e ambiguità», mentre lui, deputato-kamikaze, si dichiara «pronto a tutto» per ottenere il ritiro. Non esclude «atti non convenzionali»: per esempio, immagina, «durante una di quelle ispezioni all’interno di una base permesse ai parlamentari si potrebbe rimanere dentro e dichiararsi prigionieri politici...».
Ma un altro deputato al debutto, Salvatore Cannavò, della sinistra rifondatrice, sembra spegnere in culla i giovanili entusiasmi di Caruso, proponendo piuttosto una manifestazione di piazza per «esigere il ritiro». Un «ritiro immediato» chiedono tutti i deputati di Prc. Francesco Martone ne chiarirà i termini: «Il nuovo governo non potrà che riconfermare quanto deciso nel programma, ovvero l’immediato annuncio del ritiro delle truppe italiane, nel rispetto dei tempi tecnici strettamente necessari». Sulle «giovani vite spezzate in nome di una guerra di aggressione ingiusta e nata sulla menzogna» si sofferma invece il comunista Marco Rizzo. «Nello stringerci attorno alle famiglie per il dolore - aggiunge con il veleno in coda -, non possiamo che sottolineare come il ritiro immediato sia una priorità non eludibile e che il governo appena formato dovrà senza indugio e senza timori affrontare. L’unico rifinanziamento possibile sarà per trovare i soldi per la benzina che consentano ai militari di tornare in patria...».
La linea dell’Unione «è chiara», insiste anche il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, e l’attentato per i comunisti non fa che confermare la necessità del ritiro. «Non possiamo più continuare a contare morti e feriti, l’Irak è ormai solo una tragica trappola», dicono all’unisono anche i senatori Verdi. E il leader del Sole che ride, Alfonso Pecoraro Scanio, vede nell’ennesima pagina tragica «un motivo in più per dire che la missione italiana va ritirata... Dobbiamo essere nuniti nel dolore, ma anche determinati nel dire che in Irak c’è sempre più una guerra, una situazione fuori controllo, ed è chiaro che il nostro aiuto deve essere civile e non dobbiamo più essere trascinati in una guerra che, lungi da sradicare il terrorismo, lo ha potenziato».