La sinistra nel Paese delle meraviglie

Le elezioni del 13 e 14 aprile hanno cambiato il quadro politico. Esse non hanno indicato solo un fatto, ma una tendenza, che potrebbe continuare nelle elezioni successive, specie nelle grandi città. Non a caso Cofferati, Chiamparino, Cacciari e Penati, avevano segnalato lo spostamento a destra dell'asse elettorale del nord. Ma lo spostamento non è avvenuto soltanto al nord, ma anche a Roma e in Sicilia, ed oggi l'alleanza di Berlusconi governa i tre centri fondamentali del potere politico in Italia: Milano, Roma e Palermo.
Nei tempi delle vacche grasse emergono gli intellettuali e i discorsi complicati; la sinistra è più brava a gestire l'accademia. Ma quanto prevalgono i bisogni primari (la sicurezza, la casa, l'immigrazione, il caro vita), prevale la destra perché ritenuta più capace di governare la realtà. I bisogni primari in Italia prevalgono e quindi è l'ora della destra.
Siamo la qualità politica contro il populismo becero: questo è il modo con cui diessini e margheriti hanno affrontato Berlusconi e Bossi, lieti che i loro discorsi filassero come vele al vento sulle pagine dei quotidiani, delle riviste, delle televisioni. Il Pd si illudeva che controllare l'opinione pubblica con i mezzi di comunicazione sociale fosse la via per influenzare l'elettore ed ottenerne il consenso: votate a sinistra per essere moderni, efficienti, qualificati. La democrazia è una grande cosa, perché il voto dell'operaio e della casalinga contano quanto il voto dell'intellettuale: una categoria che in Italia ottiene il privilegio di essere creduta sapiente. Ma quando la voce della realtà si fa sentire più forte, anche l'esigenza di essere moderni, seguendo la Repubblica e il Corriere, cede di fronte al bisogno di essere vivi. La cultura a sinistra, il popolo a destra. I giornali insegnano, gli elettori votano.
La sinistra ha pensato di conquistare con la cultura un popolo, dicendo che solo la cultura di sinistra rende legittimi, moderni, efficaci, operanti; che essa dona qualità della vita. Leggi un quotidiano di sinistra, diventi anche tu, nel tuo piccolo, un intellettuale e puoi dire parole sapienti e controllate al tuo vicino di casa. Ma quando accadono gli scippi davanti a casa tua, quando non quadra il bilancio, quando l'immigrato si sente il padrone perché il partito intellettuale ti impone di considerarlo tale, allora scatta un riflesso di dignità. E l'italianità, la cittadinanza divengono prevalenti nel cuore e nel voto.
Il 13 e 14 aprile il popolo italiano si è rivoltato contro il partito degli intellettuali, contro Scalfari, contro la Spinelli, i maestri dello sdegno contro il popolo, i sapienti che guardano i «puzzoni» e annunciano a loro un triste destino. Il Partito democratico e Bertinotti hanno affrontato le elezioni come un dibattito sulle loro idee, sulla loro qualità politica, sul loro livello intellettuale. Bertinotti è stato il più bravo perché è il più grande maestro di retorica politica che ci sia in Italia, capace di creare quel mix di ideologia e di realismo, di anticapitalismo e di governo che danno ai suoi militanti e ai suoi elettori la gioia nel cuore e il potere nella realtà. Senza Bertinotti, non ci sarebbe stato né l'Ulivo-Unione, né il Partito democratico. Mago della parola, il grande pifferaio ha condotto la sinistra arcobaleno al puro annientamento, a non sedere più in Parlamento.
Il Partito democratico ha cercato anch'esso di avere un pifferaio magico e l'ha trovato in Veltroni: ma cosa esprimeva Veltroni se non «un nulla d'oro rilegato in argento»? E il partito intellettuale lo filava, i giornali sostenevano colui che, con un colpo di bacchetta magica, aveva fatto sparire sia i partiti fondatori del Pd sia gli «antagonisti». Giannelli sul Corriere raffigura Berlusconi con la bacchetta magica, vestito come un fattucchiere; dopo questa gragnuola elettorale, tutto si può attribuire a Berlusconi salvo l’incapacità di incontrare la realtà degli elettori e i loro sentimenti. Giannelli dovrebbe attribuire la bacchetta magica a Veltroni che ha creato un'illusione, un sogno. Ed ora si trova di fronte i corpi esclusi, poderosi, quello di Fioroni e quello di Bersani, il cuore della Dc e il cuore del Pci come capaci di popolo: ma con quale linguaggio?
E la storia continua, è cambiato l'asse politico del Paese, da sinistra è andato a destra. I giornalisti avranno più problemi con questo scivolamento della realtà (su cui credevano di aver già pensato tutto e detto tutto) che con la censura di Beppe Grillo e il suo referendum. Grillo fa parte della magia, ma lo spostamento a destra dell'asse politico italiano lascia i giornalisti senza parole, indecisi su quanti periodi debbano scrivere per giungere a scoprire Alemanno, quando si erano deliziati di Veltroni e di Rutelli.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it