La sinistra non perde il vizio dei "compagni che sbagliano"

È bastato il suicidio di una brigatista prostrata psicologicamente per
gridare di nuovo all’odio. E ripetere lo sbaglio degli anni Settanta

Ieri l’Unità ci ha raccontato la biografia tormentata della Blefari come se fosse un romanzo d’appendice dell’800, l’ennesimo paradosso di una «rivoluzionaria» che ha ecceduto sulla via della redenzione dell’umanità afflitta, un’ennesima vittima della generosità e dell’utopia coniugata con la ferocia del ’900. Nel quotidiano diretto da Concita De Gregorio e negli uffici di Sinistra e Libertà, dove Eva Catizone inneggia ancora una volta all’eroina coinvolta in una spirale negativa, dovrebbero appendere un cartello con un precetto educativo: «Non definire mai compagni quelli che hanno le mani sporche di sangue». E volendo, nel dettaglio di questo errore fatale, basterebbe ricordare tutto quello che nel pezzo non c’è. Ad esempio le frasi prive di qualunque indizio di umanità declinate dalla spietata guerrigliera quando ha rivendicato dal carcere con ferocia l’omicidio di Marco Biagi.
I compagni continuano a sbagliare. È bastato il tragico suicidio di una terrorista depressa per risvegliare quel sentimento di sangue che lega la sinistra all’odio. E ancora una volta il brigatista ritorna compagno. Un compagno che sbaglia, si intende. Perché per la sinistra questa locuzione è come le attenuanti generiche, non si negano mai a nessuno. E l’errore tragico continua a essere commesso. Ignorando tutti i rischi già vissuti in passato. C’è in questo ormai trentennale abbaglio tutta la tragedia dei progressisti italiani. Una chiamata di correo, un vincolo di omertà. E la violenza denunciata come intollerabile per gli avversari politici viene generosamente derubricata per i famigli e per i consanguinei. C’è insomma un autentico frammento di inciviltà, il senso della tribù che non si scioglie nemmeno di fronte ai delitti più efferati.
In un famoso editoriale di tanti anni fa Rossana Rossanda descrisse questo sentimento coniando la definizione di «album di famiglia». Voleva dire che chi era andato a sparare nelle strade veniva da una costola della storia della resistenza, che le Brigate rosse non erano una banda di «provocatori» mascherati o fascisti rossi, per usare una celebre espressione di Giorgio Amendola.
Ma adesso cedere al sentimento di inclusione comprensiva per gli ultimi squallidi e infatuati che declinavano la lotta di classe con le pistole sui corpi dei riformisti per bene come Biagi e D’Antona, o che giocavano a guardia e ladri nei covi di via Montecuccoli, pur di sentirsi vicini alle lapidi partigiane, è qualcosa di più di un errore politico: è un peccato mortale. È un atto di complicità intellettuale di quelli che i radical chic commettono a cuor leggero, e di cui se avessero onestà intellettuale dovrebbe prontamente chiedere scusa.
È vero, come diceva Marx, la storia si ripete, la seconda è sempre in forma di farsa. Ma certo se è vero che negli Anni di piombo furono i cattivi maestri ad armare la mano dei ragazzini scalmanati, è altrettanto sicuro che la disinvoltura del linguaggio corrivo e comprensivo ancora oggi può legittimare gli esaltati che inneggiano alla resistenza armata e si compiacciono nel dileggio delle istituzioni. Toni Negri esaltò chi si calava il passamontagna sul viso, anche se non andò mai materialmente a sparare. I nuovi cattivi maestri non pensano minimamente alla lotta armata, ma possono fare ugualmente molto male con la loro bonarietà e la penosa comprensione.
Il suicidio di una giovane ragazza induce pietà umana ma non può e non deve mai produrre complicità politica. L’Unità farebbe bene a scusarsi, pubblicando quelle parole d’odio che, nel santino confezionato ieri per la compagna che sbaglia, sono (non inavvertitamente saltate): «Biagi lo avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariato».